Il ‘ravennate’ Vannacci: "Ecco la mia infanzia tra don Ugo, Marina e la mia famiglia"

Dopo trent’anni il generale è tornato nella città della sua infanzia segnato dal successo editoriale del suo libro e da mille polemiche. "Qualche volta il sacerdote mi tirò le orecchie, ma faceva bene...".

Ravenna, 10 dicembre 2023 – "La nostra era una famiglia monoreddito, mio padre era capitano di artiglieria alla caserma di via Nino Bixio. E una volta all’anno andavamo tutti assieme alla pizzeria ’da Valentino’. Vede? Proprio lì, all’inizio di via Salara, dove ci sono quelle tende parasole grigie. I mie due fratelli e io potevamo prendere una pizza e una bibita: quello era il lusso che ci era concesso".

Il ’ravennate’ Vannacci: "Ecco la mia infanzia tra don Ugo, Marina e la mia famiglia"
Il ’ravennate’ Vannacci: "Ecco la mia infanzia tra don Ugo, Marina e la mia famiglia"

C’è chi lo adora, chi invece lo detesta. Divisivo o dirompente, decidetelo voi. Di sicuro il generale Roberto Vannacci non passa indifferente. Nemmeno nella quasi sua Ravenna: per strada lo riconoscono, lo osservano. Qualcuno azzarda: un turista fermo nella lunga coda per entrare a San Vitale, si stacca dal gruppo per raggiungerlo: "Ero ufficiale nella Folgore, possiamo farci un selfie?".

Trent’anni che non tornava a Ravenna dopo averci vissuto buona parte dell’infanzia fino alla prima elementare. "Sono nato a La Spezia ma non ci ho mai vissuto. Mio padre, militare, non c’era mai: e così mia madre a poche settimane dal parto, andava dai genitori per farsi assistere". E poi, subito Ravenna. "Abitavamo in via Pier Traversari 15", a un soffio da San Vitale. "Ricordo che sotto di noi c’era un verduraio: lui si alzava alle 4 e chiedeva a mia madre se tra l’una e le due del pomeriggio potessimo fare silenzio. E invece noi...".

Altri ricordi di una Ravenna in bianco e nero di quasi mezzo secolo fa sospesa tra il neorealismo e i tempi moderni, si srotolano con le parole di Vannacci. "Don Ugo era a due passi da casa nostra: ci faceva giocare al campo di calcetto" tra "qualche tirata d’orecchi e qualche scappellotto: ma faceva molto bene, una persona eccezionale". E poi ancora "quando ho imparato ad andare in bici tra via Cavour e piazza del Popolo con mio padre che mi teneva in equilibrio per la collottola: ricordo benissimo la sua caserma, andare là, era sorta di premio, un parco giochi". Altre cartoline dal passato: "Giorgioni, il mercato coperto, la Casa della Gomma di via Cavour e la pizzeria al taglio che c’era a fianco". E poi "la Sip a ridosso di piazza Kennedy: in casa non avevamo il telefono e così per chiamare i nonni a La Spezia, andavamo là". E anche "il fotografo al bivio tra via Cavour e la strada che porta alla Mordani", la scuola che aveva frequentato lui.

Dopo la prima elementare, Ravenna avrebbe conservato comunque un posto privilegiato: le vacanze. "Luglio e agosto sempre a Marina. Avevo una compagnia di ragazzini fantastici in spiaggia al Bagno dell’esercito, tra il Bagno Stella e il Taormina. A 11-12 anni mi era venuta la passione della pesca: in bici andavo alla diga all’alba e rientravo verso le 9". Così fino ai 16 anni; "poi le cose sono cambiate, sono entrato in accademia e a Ravenna non sono quasi più tornato".

La sua quasi città, dopo trent’anni, gli sembra ora essere "rimasta la stessa nella sua atmosfera: è diventata più turistica". Ma in fondo già quando "mia madre mi portava a giocare nel giardino tra San Vitale e Galla Placidia, c’erano frotte di tedeschi, gente del nord, biondi, che venivano a vistare la città". E se decidesse di scendere in campo, Ravenna sarebbe forse il contesto ideale per annunciarlo: "Mi ha dato un’idea, ma per il momento non lo faccio. Mi è appena stato assegnato un nuovo incarico, faccio il soldato con passione e dedizione".