BENEDETTA SALSI
Cronaca

Bibbiano, giallo su Claudio Foti. Non ha la laurea in psicologia

Nuove polemiche sul direttore del centro ‘Hansel e Gretel’, al centro dello scandalo. Nuovi sviluppi nell'inchiesta

Claudio Foti, al centro del caso Bibbiano

Claudio Foti, al centro del caso Bibbiano

Reggio Emilia, 25 luglio 2019 - E' giallo sul curriculum di Claudio Foti, lo psicoterapeuta considerato un ‘guru’ del settore e direttore del centro Hansel e Gretel, indagato per i presunti affidi illeciti dei sui servizi sociali della Val d’Enza. Foti, infatti (finito prima agli arresti domiciliari, ora con obbligo di dimora a Pinerolo per abuso d’ufficio), non risulta laureato in Psicologia, ma solo in Lettere all’Università di Torino (titolo conseguito nel 1978). Nessuna laurea nelle materie della psiche dunque, ma solo delle «maratone e gruppi di psicodramma» e un «tirocinio in qualità di psicologo», all’interno del «servizio di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara». Eppure il professionista è iscritto all’albo regionale degli Psicologi del Piemonte dal 1989.

LEGGI ANCHE Quattro bimbi restituiti alle famiglie naturali - Folla per Salvini a Bibbiano

false

IL COMMENTO Bibbiano, la politica degli occhi chiusi - di B. Boni

Tra le esperienze lavorative infine, corsi di formazione per operatori dei servizi sociali in mezza Italia e, per restare in Emilia-Romagna, a Bologna, Forlì-Cesena e Parma. L’iscrizione all’albo potrebbe essere frutto di una sanatoria (iscrizione con art. 32 o con art. 34), «dato che la legge che regola la professione di psicologo esiste soltanto dal 1989. Infatti prima dell’istituzione dell’Ordine Professionale la psicologia e la psicoterapia erano attività non regolamentate», spiega lo psicologo Marco Baranello, su ‘Srm Psicologia’. 

L'inchiesta

Ma ci sono nuovi particolari che emergono anche sul piano giudiziario. Prima che scoppiasse lo scandalo (foto) dei presunti affidi illeciti, gli indagati avevano tentato di sviare, ostacolare, depistare e persino di fermare le indagini sui servizi sociali della Val d’Enza. Federica Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali della Val d’Enza finita ai domiciliari il 27 giugno, è il perno attorno a cui ruotano la maggior parte delle accuse: falso in atto pubblico, abuso d’ufficio, violenza privata e lesioni personali gravissime. La donna di 57 anni – oggi difesa dall’avvocatessa Rossella Ognibene, ex candidato sindaco di Reggio Emilia, che ha lasciato il Movimento 5 Stelle per questo incarico professionale – avrebbe però anche tentato di fermare le indagini, una volta scoperto di essere nel mirino della magistratura. È quanto emerge dalle intercettazioni.

Quando nei mesi scorsi i carabinieri iniziarono a indagare, acquisendo atti negli uffici pubblici, la Anghinolfi («deus ex machina dei servizi sociali»), si rivolse al Garante regionale per l’infanzia per bloccare l’inchiesta, dicendo che l’attività dei militari stava di fatto intralciando i procedimenti sui minori. La donna si sarebbe recata personalmente dal Garante per evidenziare questo problema. Alcuni genitori, a cui erano stato tolti i bambini, contattarono lo stesso Garante, chiedendo un aiuto per le loro situazioni. Il Garante chiese allora al servizio sociale stesso una relazione sui fatti. 

Nel frattempo, sono state ritoccate le misure cautelari per tre delle indagate. A Marietta Veltri, 63 anni, ex coordinatrice dei servizi sociali Val d’Enza – accusata di falso ideologico, frode in processo e depistaggio – il gip ha concesso di poter scontare i domiciliari ad Amantea (Cosenza) per accudire la madre. La donna, che andrà in pensione il 7 agosto, chiederà poi la revoca dei domiciliari. 

Nadia Bolognini, 50 anni, ex moglie dello psicoterapeuta Foti, ha chiesto e ottenuto una rimodulazione degli orari degli arresti domiciliari «per la gestione della vita familiare e dei figli minorenni». Modifica della misura anche per Sarah Testa, psicoterapeuta accusata di ’abuso d’ufficio con divieto di esercitare per sei mesi. Il giudice ha concesso che possa svolgere la professione privatamente, a Torino, senza però avere pazienti che vengano dal pubblico e purché siano maggiorenni.