Castiglione dei Pepoli (Bologna), 15 marzo 2017 - Vilam Marchetti, 61 anni, 58 vissuti a Chiapporato, oggi borgo fantasma sull’Appennino bolognese. Capelli raccolti, volto affilato, eloquio forbito, fatto di parole antiche, pronunciate con un vago accento toscano, il segno di una terra sul confine.

Dall’isolamento nei boschi alla vita di paese, a Castiglione dei Pepoli. Uno choc?

«Mi viene subito buio! E non ho mai sofferto di solitudine, prima. C’erano continuamente persone di passaggio, quante domande! Forse mi sarei sentita più sola a Bologna. Se muore uno sopra o di fronte neanche lo sai. Non si sa mai quel che succede al vicino».

Chiapporato, antica borgata tra i boschi di Camugnano, in rovinaAlla fine era rimasta con la mamma Zelia.

«Prima c’erano il babbo, gli zii. Quando ero piccola di fronte a me abitava un bimbo, veniva dai suoi nonni d’estate. Eravamo una piccola grande famiglia che si aiutava. Fino al 2005 non avevamo la luce elettrica. Filavo la lana con il fuso».

Quando sono morti tutti ha preso la decisione più dura, andare via.

«Chiapporato dirocca, è finita lì. Come si fa...». Si ferma, piega la testa ancora di più.

Ha un’idea?

«Ci sarebbero tanti che vengono da fuori».

I profughi, gli immigrati.

«Vedo alla televisione che li tengono tutti pigiati... Se ci mettessero quelle persone là... Certo, bisognerebbe poi indicargli quel che c’è da fare. Bisogna ci sia anche uno del posto che dice, lì stai attento, altrimenti son rogne. Loro non possono sapere se c’è uno sciacquo che porta via l’acqua».

Gli stranieri potrebbero far rivivere i borghi in rovina.

«Potrebbero. Perché è il destino dei piccoli centri, non solo di Chiapporato. La nostra casa risale al 1600. Pastori. Anche il mio bisnonno, che è morto molto giovane. Veniva dalla Maremma toscana con le greggi di pecore».

Un mondo duro.

«Ho lavorato sodo, hanno lavorato sodo i miei. E vedere tutte le nostre fatiche sfarinate... C’è poco e tanto da dire».

Chiapporato, antica borgata tra i boschi di Camugnano, in rovinaLa vostra vita, insieme agli animali.

«Capre, pecore, maiali, mucche, asini, galline, cani, gatti... Un lavoro continuo. Non c’era orario, dipendeva da che ora avevo fatto la notte».

Il vostro guadagno.

«Di solito vendevamo maiali, grano e castagne, a volte la lana per i materassi. Ci dovevamo pagare le tasse, ci vestivamo. Mai sentita come un’eremita, le bestie fanno compagnia. Mi sento forse più sola qui. Non ho quello che smiagola, che abbaia, che mi bela. Ora mi sto abituando ma i primi tempi...».

Trasloco difficile.

«A Chiapporato avevamo otto stanze, come faccio a levare tutta la roba di casa e portarla via? Qui è troppo piccolo. Devo fare i conti anche con le mie tasche, tiro poi una pensione dell’agricola... Se ci pago affitto e mangiare sono già contenta».

La cucina come una volta, la stufa e la macchina da cucire.

«Straccetti che mi metto addosso. O belli o brutti me li metto lo stesso».

Gli amici, qui.

«Il povero Bruno, ma adesso è al cimitero».

Era felice a Chiapporato?

«I problemi c’erano là e ci sono qui. Felice sì, se non altro avevo i miei».

È stata fidanzata, lui morì sotto un trattore.

«Eh, sono tanti anni. Se ho più cercato qualcuno? Anche se ho cercato... Quando va storto non è che s’abbia tanta voglia. Poi non è facile, bisogna anche trovare la persona giusta».

Oggi chi le resta?

«Una sorella, vive a Pistoia, prima abitava a Fossato. Una nipote. Ma la casa è troppo piccola, altrimenti non sarei qui».

Cosa la spaventa del mondo?

«Tantissime cose. Tutto un ammazzamento. Poi anche la montagna disabitata così va bene? Ma se nessuno guarda più niente...».