“Lo presi per il collo. E sbagliai”. L'allenatore e amico Vittorio Savini: “Pantani era unico, mi sento in colpa”

L’uomo che per vent’anni è stato più vicino al Pirata svela un retroscena dopo la truffa per scommesse del 1999 e l’abbandono del ciclismo nel 2003 che contribuirono a lasciarlo sprofondare nella depressione e nella droga

Vittorio Savini è l’uomo che per vent’anni è stato maggiormente vicino a Marco Pantani, partendo come suo allenatore, per poi diventare un amico insostituibile, la persona con cui gioire per le vittorie, ma anche l’amico con cui confidarsi, discutere e litigare nei periodi più bui.

"Quando Marco aveva 14 anni, nel 1984, ed era alla Fausto Coppi, io seguivo i ciclisti professionisti. I dirigenti di allora della Fausto Coppi mi chiesero di seguire un gruppo di ragazzini che meritavano, tra quali c’era Pantani. Andai a vederli e in effetti quei giovani avevano qualcosa, così iniziammo a fare sul serio e siamo stati assieme due anni con gli Allievi ed un anno nella categoria Juniores. In quei tre anni Marco l’ho visto crescere e gli ho insegnato qualcosa".

L'allenatore e amico Vittorio Savini con Marco Pantani
L'allenatore e amico Vittorio Savini con Marco Pantani

Marco Pantani andò poi nella squadra della Spazio Ceramiche a Gambettola e l’anno seguente alla Rinascita di Ravenna, dove vinse due corse a fine stagione, che gli valsero l’anno successivo il passaggio nei Dilettanti, in quanto all’epoca non c’era l’Under 23.

A quel punto si trasferì alla Giacobazzi e si classificò terzo al Giro d’Italia nel 1990, l’anno successivo arrivò secondo e nel ’92 vinse il Giro d’Italia Dilettanti. Nell’agosto 1992 esordì come professionista con la Carrera Tassoni, con cui correrà fino al 1996. La prima vittoria arrivò nel 1994 al Giro d’Italia nella tappa di Merano, cui seguì la vittoria nella tappa dell’Aprica e il suo nome cominciò a diventare importante.

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Nel 1995 vinse la tappa di Flumsberg al Giro di Svizzera, ma sono le vittorie alle tappe Alpe D’Huez e Guzet Neige al Tour de France, ad imporlo con forza all’attenzione del grande pubblico e dei media. In quei giorni Pantani divenne un personaggio e anziché utilizzare il classico berrettino, corse con una bandana sul capo e da quell’estate fece nascere il mito del "Pirata". Sul più bello, alla Milano-Torino del ’95, Pantani si scontrò con un suv, rischiò di perdere una gamba ed iniziò un calvario che lo costrinse a saltare la stagione ’96. Nel ’97 firmò con la Mercatone Uno, ma al Giro d’Italia un gatto gli tagliò la strada nella tappa di Cava dei Tirreni, cadde e fu costretto al ritiro, ma partecipò al Tour de France, dove vinse le tappe dell’Alpe D’Huez e di Morzine.

Il 1998 è l’anno della consacrazione, con la vittoria del Giro d’Italia e del Tour de France. Anche il 1999 iniziò bene, ma il 5 giugno una organizzazione malavitosa legata alle scommesse illegali scambiò le provette all’antidoping e il campione, che era in testa alla classifica, viene fermato per l’ematocrito troppo alto. Iniziò così un declino, la depressione e la tossicodipendenza, che lo hanno portato alla morte il 14 febbraio 2004.

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Savini del campione sa praticamente tutto ed è l’unico a poter raccontare certi retroscena: "Quando Marco passò nei professionisti, il mondo intero si accorse che aveva la stoffa del campione. Lui voleva la squadra per fare in grande il Giro d’Italia e firmò con la Mercatone, tuttavia fu invitato anche dal patron Giorgio Squinzi alla Mapei, il quale gli diede il blocchetto con gli assegni già firmati per mettere la cifra che voleva, ma non se ne fece nulla perché Marco aveva già firmato con la Mercatone e inoltre non avrebbe fatto subito il capitano alla Mapei, all’epoca uno squadrone con grandi corridori professionisti che vincevano le corse ma non i giri".

Per Savini l’aspetto umano andava oltre a quello sportivo: "Quando Marco fu vittima dell’incidente a Torino, con le stampelle mi veniva a trovare, io chiudevo l’officina e parlavamo un’ora. Io per lui sono stato un amico e un consigliere, ma non era facile, perché Pantani era un buono, ma era anche puntiglioso e quando si metteva in testa una cosa non c’era modo di fargli cambiare idea. Del resto un campione è così, ha questo tipo di carattere e lui è stato un grande campione".

Per lei che gli era così vicino e tanto amico, non deve essere stato facile vivere gli ultimi tempi con Marco. "Io gli sono stato vicino vent’anni, da quando aveva 14 anni sino a sei mesi prima della morte, perché alla fine ci sentivamo soltanto al telefono".

Il coriaceo e grintoso Vittorio Savini, a distanza di vent’anni si emoziona ancora nel ricordare l’amico campione e con gli occhi lucidi parla per la prima volta di un retroscena: "Nel 1999 quando è stato truffato per le scommesse, ma anche tradito da un mondo del ciclismo che avrebbe dovuto proteggerlo, sono andato subito a casa sua per motivarlo e, seppure tra mille difficoltà, provò a rimettersi in sella, ma l’ingiustizia subita lo aveva reso troppo fragile e nel 2003 ha abbandonato. Quando ci siamo accorti che stava sprofondando ed era dipendente dalla cocaina, eravamo tutti preoccupati e io sono l’unico che lo ha preso per il collo, gli ho detto ‘adesso basta, smetti con quella roba, ti uccide’. Lui si è arrabbiato ed è stato due mesi senza telefonarmi; ho provato anche con le buone, ma niente, anche se forse è soltanto con le buone che si può aiutare una persona che cade nella droga. Sino alla fine ho provato a scuoterlo, ma non ce l’ho fatta. Di Marco conservo dei ricordi splendidi, delle emozioni uniche e l’orgoglio, trent’anni fa, di aver fondato il Club Magico Pantani nel 1994 con le sue prime vittorie nei professionisti. Questo me lo porto sempre dentro".