Andrea Agostini, l'amico di sempre: “La mia vita con Marco Pantani”

L’allora manager del Pirata: “Era un mio caro amico. Gli ho voluto un mare di bene”

Andrea Agostini, ora super manager mondiale del ciclismo, ha fatto due volte a botte con Marco Pantani. La prima quando erano alle elementari, nella loro Cesenatico. “Eravamo i capetti, diciamo così, di due sezioni diverse. Si dice che le grandi amicizie nascono da grandi contrasti, successe così anche a noi. Io e Marco allora ci azzuffammo. Da quelle botte siamo diventati amici, amici veri per la pelle per vent'anni”.

Compagni di scuola, di banco, delle prime pedalate, delle prime sbronze, delle prime cazzate, delle prime donne, dei primi trionfi. Agostini diventò anche il braccio destro di Pantani, il portavoce alla Mercatone Uno. Amici per la pelle appunto.

Il manager di allora, ma anche un caro amico, Andrea Agostini, insieme con Marco Pantani
Il manager di allora, ma anche un caro amico, Andrea Agostini, insieme con Marco Pantani

La seconda volta Andrea e Marco si sono quasi picchiati tanti anni dopo, quando ormai il Pirata era in un precipizio, non vinceva più e aveva quel macigno sul capo che prima non lo faceva dormire e poi non lo faceva più vivere: “Marco Pantani è un dopato” l'ossessionante voce popolare che per lui era un oltraggio. “Volevo scuoterlo, aiutarlo – racconta Agostini – l'ho praticamente preso a pugni una volta che lo incontrai a Cesenatico. Dopo Madonna di Campiglio lui si era un po' allontanato, aveva cominciato a fare un'altra vita, che non era più quella di prima. Cercai in tutti i modi di parlargli, anche insieme a suo padre: non è servito a nulla. In realtà di fronte a certe situazioni non sai che fare, mi sentivo impotente. Lui sapeva che io ero uno di quelli che poteva ridargli un po’ di normalità: ci provava ma poi scappava. Mi viene la pelle d’oca ripensare a quando mi telefonava e io gli rispondevo, in dialetto romagnolo: ‘A sit viv?’ (ndr: sei ancora vivo?) E lui: ‘Sai, gli amici veri si chiamano nel momento del bisogno’”.

Ci sono due date chiare che segnano il confine fra la prima, gloriosa vita di Pantani e la seconda, maledetta: il 4 e il 5 giugno del 1999, Madonna di Campiglio. Marco stava stravincendo il Giro d'Italia per la seconda volta di fila, Agostini era il suo manager.

Cosa successe davvero in quelle dodici, ancora misteriose ore, di ormai 25 anni fa? Come mai la mattina del 5 giugno il re del ciclismo e del Giro, Marco Pantani, aveva l’ematocrito sballato? Troppa Epo, cioè si era dopato per vincere? Oppure, come hanno sempre sostenuto lui e la sua famiglia, è finito in un tranello? Racconta Agostini: “Il venerdì sera sapevamo tutti che la mattina successiva sarebbe passato l’antidoping. Anche in sala stampa non si parlava d’altro. Sottovoce si diceva: ‘Arrivano i vampiri domattina’. Marco non era un fesso e non nascondiamoci dietro a un dito; se anche si fosse dopato, c’erano mille modi per far tornare a posto i livelli del sangue. Io non so se Marco si sia mai dopato, ma vi posso assicurare che, in tanti anni, non l’ho mai visto prendere nulla di proibito, al massimo del ferro che non è proibito”.

L’arrivo dei ‘vampiri’ era davvero il segreto di Pulcinella di Madonna di Campiglio. “Sì – prosegue Agostini – perché come da prassi, il Coni doveva fare tre controlli antidoping durante il Giro d’Italia. Due erano già stati eseguiti, ne mancava uno. Escluso un blitz la mattina del carosello finale del Giro, cioè la domenica, i medici dell’antidoping non potevano che arrivare sabato mattina”.

E così fu. I ‘vampiri’ bussarono alla porta di Pantani all’alba, prelevarono il suo sangue e fu la fine: di un campione, di un mito sportivo, forse anche di un uomo. Addio Giro, con l’ombra infamante del doping. Ematocrito a 51,9, il verdetto di condanna. Ma non tutti sanno che poche ore prima del blitz dei ‘vampiri’, il livello del sangue di Pantani era molto più basso: 48. Regolarissimo. Abbondantemente entro il limite (50) previsto dalle norme per evitare lo stop per motivi di salute. "Il venerdì sera – rivela Agostini – a scanso di equivoci lo staff sanitario della Mercatone Uno, così come facevano tutte le squadre, misurò l’ematocrito di Marco: era 48. Era 48 anche sabato pomeriggio, quando di ritorno da Madonna di Campiglio ci fermammo per fare un ulteriore controllo a Imola”.

48 il venerdì sera, 52 il sabato mattina, 48 di nuovo il sabato pomeriggio: quindi, cos’è successo? Pantani è impazzito e si è dopato fra un controllo e l’altro, oppure c’è stato uno scambio di provette o un’alterazione delle analisi? Chissà se la storia avrà mai una verità vera. Il caso è ancora aperto, un procuratore della Repubblica disse anche: “Forse c'entra la camorra, ma non riesco a provarlo”.

Quel sabato mattina dopo il verdetto fu devastante. Ricorda Agostini: “Marco prese a pugni una finestra e si tagliò, ci riunimmo prima di andare in pasto alle telecamere e a settanta giornalisti, ai quali dissi: "È accaduto qualcosa di strano, è tutto inspiegabile". E Marco insisteva: “È un complotto”.

Agostini ora diventa Andrea, l’amico di una vita del campione. "Marco mi disse: ‘Stavolta non mi rialzo più’. Tremai, ma intuivo che sarebbe andata così. Quella storia l’ha trascinato nel baratro, non l’ha mai metabolizzata”.

Dal doping (presunto) alla droga (purtroppo sicura): il passo è stato brevissimo. Ora è il tempo del ricordo, magari anche dei rimpianti per Andrea. “Chi era Marco Pantani? Era uno di noi, un ragazzo di Cesenatico, prima ancora che il grande Pantani il Pirata. Era un mio amico, un mio vero e caro amico. Con lui ho trascorso gli anni più belli, quelli dell'adolescenza e della crescita. Siamo sempre stati insieme. Mi ha anche voluto al suo fianco come manager. Gli ho voluto un mare di bene; so che anche lui me ne voleva tanto”.