Michele Antonelli
Michele Antonelli

Macerata, 4 giugno 2017 - Dal coma al sogno olimpico. È la parabola del marciatore maceratese Michele Antonelli, 23 anni. Se in contrada Rotacupa o sulla lunga di Villa Potenza vi capita di incontrare un atleta che macina chilometri ancheggiando, con ogni probabilità si tratta proprio di lui. In un anno Antonelli di strada ne fa parecchia (5-6mila chilometri) e per tenere il suo passo in salita l’allenatore ha bisogno di un motorino. Il 21 maggio ha vinto la medaglia di bronzo nella gara di 50 chilometri in Coppa Europa, risultato che gli ha permesso di strappare il pass per i mondiali di atletica. L’appuntamento iridato è per il 13 agosto a Londra e Antonelli, che corre per l’Atletica Recanati, ha cerchiato in rosso quella data sul calendario.

Come è nata la sua passione per la marcia?

«Ho cominciato nel 2010 vedendo mio padre Massimo che faceva atletica. Mi sono iscritto all’Avis e alla prima gara, una corsa campestre, ho vinto. Sono passato alla marcia per caso: serviva qualcuno che coprisse una gara. Questo gesto particolare mi ha appassionato. Poi è una disciplina nella quale si fa tanta fatica e la cosa a me piace molto».

Poi però c’è stato l’incidente...

«D’estate facevo il giardiniere. Nel luglio 2012 il braccio di un escavatore mi ha schiacciato contro un camion, causando la rottura di un segmento di fegato con emorragia interna. Non ricordo niente, mi hanno portato all’ospedale di Macerata dove sono rimasto in coma farmacologico per 72 ore. Poi sono stato ricoverato un mese in chirurgia. Lì è scattata la molla: ho capito che nella vita volevo fare qualcosa che mi rendesse felice, qualcosa che mi permettesse di essere ricordato».

Non sarà stato facile tornare...

«Uscito dall’ospedale, non riuscivo neanche a camminare. Nei mesi successivi non avrei dovuto fare sforzi, però di nascosto facevo qualche passo di marcia; andavo allo stadio senza dirlo ai miei. A gennaio ho ricominciato a marciare e a marzo ho fatto la prima gara. Ad aprile ho ottenuto il minimo per i campionati europei junior. Poi ho avuto una grandissima delusione che però si è rivelata una svolta per la mia carriera: sarebbe bastato finire i campionati italiani per andare agli europei, ma mi sono ritirato quando ero terzo. Mi sono lasciato prendere dal panico, avevo paura di fallire. C’erano due alternative: mollare tutto o farmi aiutare. Mi sono affidato a Barbara Rossi, psicologa dello sport di Macerata. È una figura importante tanto quanto il mio allenatore Diego Cacchiarelli: lui prepara il fisico, lei il cervello».

Da lì è stato un crescendo di risultati, con l’esordio in azzurro nel 2015 e il bronzo di Podebrady...

«In Repubblica Ceca ho gareggiato con gente che aveva già fatto due o tre olimpiadi. Al trentesimo chilometro ero ottavo, ma mi sentivo benissimo. Ho rimontato fino al quarto e da fuori mi dicevano: “Il terzo è morto, vai a prenderlo. Sogna Londra’’. Mi si è attappata la vena e sono andato a riprenderlo».

Quanti chilometri fa in un anno? Quale è la sua giornata tipo?

«In un anno 5/6mila chilometri, in certe fasi 30/40 al giorno. Io mangio, dormo e esco in base agli allenamenti. Per l’alimentazione mi segue Giorgia Vici dell’Università di Camerino. Mi alzo alle sette, poi mi alleno tutto il mattino. Se riesco, il pomeriggio studio: sono iscritto a Scienze motorie a Urbino, mi mancano tre esami».

Non le pesano questi sacrifici?

«Per me non sono sacrifici, quando lo diventeranno lascerò l’atletica».

Si allena in solitaria...

«Sì, con il mio allenatore o con il vice Fabrizio Giorgi. Ogni tanto incontro qualche corridore, ma mi piace stare solo, pensare, sognare le olimpiadi, godermi la fatica. Tanti quando sentono la fatica si fermano o rallentano. Io no: essendo stato in coma e avendo visto la morte in faccia, mi dico che peggio di quello non può esserci nulla».

Senza incidente sarebbe arrivato a questi livelli?

«Non credo».

Dopo la medaglia cosa è cambiato?

«In tanti mi sostengono anche per strada. Io ho una consapevolezza maggiore del mio valore: sono il quarto italiano ad aver vinto una medaglia in Coppa Europa. È una rivincita su chi diceva che non avevo talento, che non mi sarei ripreso. Non ho enormi capacità fisiche, ma un’enorme capacità di soffrire».

La marcia non garantisce grossi ritorni economici...

«Al momento prendo un rimborso spese, ma spero di entrare in un corpo militare. Io però non lo faccio per soldi, non ne ho mai parlato».

A parte i mondiali di agosto, qual è il suo sogno adesso?

«Una partecipazione da protagonista alle Olimpiadi. Non credo nel motto di de Coubertin secondo cui l’importante è partecipare. Voglio essere protagonista. Abbiamo fatto una programmazione di quattro anni per arrivare a Tokyo 2020: è lì che voglio dire la mia».