Bologna, 2 giugno 2015 - La storia vincente di Arem Italia – 23 dipendenti a San Giovanni in Persiceto e un fatturato di oltre un milione di euro, in crescita del 10% ogni anno, in barba alle crisi – nasce da una pagina nera. L’ha vissuta negli anni ’90 il fondatore del ‘Ricamificio Enza’, Angelo Giovannini, quando i suoicinque clienti principali si trasferirono nell’Est Europa e gli dissero, su per giù: ‘Vieni con noi, oppure addio’.

Riccardo Giovannini, oggi è a capo dell’azienda. Suo padre che fece?

«Partì per la Bulgaria, dove uno di quei clienti ci aveva persino trovato un capannone dove trasferirci. C’ero anch’io. Arrivammo a Sofia in inverno, con un freddo glaciale, visitammo il sito produttivo, sembrava fatta. Poi mio padre disse a me e a mia sorella: ‘Io sto a casa mia. Veniteci voi, qui’».

E i figli, conoscitori del mondo, si opposero alle resistenze del padre...

(ride, ndr) «Sì, certo. Infatti siamo tornati a San Giovanni e, visto che avremmo perso i clienti, per continuare a vivere ci siamo inventati dell’altro».

Del tipo?

«Io ero molto giovane. E notavo quanto stessero cominciando ad andare di moda i cappellini personalizzati con i loghi delle squadre di basket o di calcio. Lo dissi a mio padre, cercai di persuaderlo che se avessimo convinto le aziende a comprare materiale personalizzato per i loro dipendenti o clienti, avremmo fatto bingo».

Ci riuscì?

«Non subito. Aveva lavorato fino a quel momento con solo cinque aziende, e continuava a pensare che aprirsi al mercato e alle singole commesse sarebbe stato troppo complicato».

Non si campa di cappellini.

«No, infatti abbiamo aggiunto le magliette sportive, le divise da lavoro, i pezzi unici di grandi dimensioni come i gonfaloni dei comuni, le felpe con il logo della scuola, i gadget promozionali per le radio, i gruppi sportivi, le aziende...»

Ma come farsi conoscere?

«Partecipando alle fiere. Tantissime. Dappertutto. Ne abbiamo fatte 20 in Europa solo negli ultimi due anni»

Poi è arrivato il sito internet, un’altra idea da giovani.

«Infatti la ebbe mio padre. Erano gli anni ’90, il web era davvero agli albori. Venne qui in azienda un ragazzo a proporci la realizzazione del sito aziendale, una vetrina con la quale promuovere i nostri prodotti. Io dissi: non ci serve, perché noi non vendiamo al pubblico ma alle aziende. Ma mio padre aveva già deciso, ci disse che quella roba lì sarebbe stata il futuro».

Il giovane che non vuole partire e l’adulto che riconosce i vantaggi del web: come ribaltare gli stereotipi.

«Abbiamo avuto ragione entrambi. Per me siamo rimasti in Italia e da qui abbiamo conquistato il mondo. Grazie a mio padre da anni realizziamo circa il 50% del fatturato attraverso il sito internet. Che ora replicheremo in quattro Paesi e lingue differenti: Francia, Inghilterra, Germania e Russia. Oggi è normale, ma negli anni ’90...».