Bologna, 4 luglio 2017 - L’ultima sfida che Finmatica – informatica per sanità e pubblica amministrazione – ha affrontato è urbanistica: da poco ha trasferito la sua sede in Bolognina, nelle ex Officine Minganti, per ridare vita e soffio creativo, con i suoi 220 dipendenti, a un quartiere tanto complicato quanto affascinante.

Domenico Gualtieri, anche all’origine del gruppo c’è stata una sfida.

«A mio zio, Giuseppe Gualtieri, saltò in testa di licenziarsi per fondare un’agenzia contabile che offrisse un servizio di elaborazione dati computerizzata. Solo che nel ’69 l’informatica era fantascienza: in città l’unico computer era quello dell’azienda del gas».

Come fare?

«Li convinse a concederlo in prestito alla sua azienda per qualche ora a settimana».

Ci vide lungo.

«La crescita dell’azienda è stata lenta ma costante. Il primo computer arrivò negli anni ’70 e fu tra i primi in mano a un’azienda. Occupava cinque uffici».

L’informatica da allora è cambiata molto. E il vostro lavoro?

«È cambiato altrettanto. Una volta per acquisire una commessa bastava promettere l’automatizzazione di processi manuali. Oggi è scontato, e il valore aggiunto è dato invece dalla capacità che ha un gestionale di integrarsi con i software già presenti in azienda, per consentire una elaborazione, una condivisione e un utilizzo sempre più ampio dei dati, attraverso a strumenti sempre più potenti quanto semplici da usare».

Lavorate quasi totalmente con il settore pubblico. Ma pagano?

«Siamo in grado reggere pagamenti lunghi, senza ricorso al credito».

Le sfide di oggi?

«I prodotti informatici hanno un tasso di obsolescenza altissimo. La sfida è rimanere al passo, ed è per questo che un 10% delle nostre risorse si occupa di scovare e studiare le novità».

Le ‘risorse’ sono i dipendenti?

«Sì, e le assicuro che non è retorica: una volta, nei primi anni ’90, l’informatico era una sorta di guru che risolveva i problemi. Oggi la sfida, più che sulla risoluzione dei problemi si gioca sulla conoscenza dei domini, la capacità di comprenderne le potenzialità e di trasmetterle ai clienti. Per farlo puntiamo tutto sulla formazione dei dipendenti. Sono loro il nostro valore aggiunto».

Lei è un programmatore?

«Ho cominciato da lì, come tutti in azienda. Il cursus honorum è quello classico: mio cugino ed io siamo arrivati al fianco di nostro zio attraversando prima tutte le mansioni aziendali».

Il passaggio di consegne è stato complesso?

«Lo è sempre, perché credo che un successore, per quanto studi e si applichi, non possa mai raggiungere la stessa visione strategica del fondatore».

Come fare, allora?

«Posso dirle come abbiamo noi: alla morte di nostro zio, pur essendo già in posizioni apicali, abbiamo scelto di chiamare anche un direttore generale esterno. Un manager che fosse in grado di giudicare le scelte aziendali con l’obiettività che noi – da sempre qui dentro –, non potevamo avere. È stato un atto di modestia, fatto per il bene dell’azienda, di cui oggi sia orgogliosi».