Ravenna, 22 agosto 2017 - Paura dell'effetto Brexit? No, qui il neologismo cambia e si fa nostrano: "La sinistra ha paura dell’effetto Romagnexit, piuttosto". Parola di Gianluca Pini, deputato leghista e fiero romagnolo, che guiderà la truppa del Carroccio pronta a sfidare il Pd sul campo del federalismo. I leghisti presentano oggi in Regione la propria versione del quesito referendario sull’autonomia degli enti, già approvato e calendarizzato (22 ottobre) nelle due regioni a trazione Carroccio, Veneto e Lombardia. Zaia e Maroni puntano a trattenere più risorse fiscali sul territorio, facendo leva su un sostegno popolare. Di diverso avviso è il dem Bonaccini in Emilia-Romagna, che poche settimane fa ha avviato un dialogo con il Governo per ottenere autonomia solo su alcune materie di competenza regionale, sfruttando l’articolo 116 della Costituzione.

Onorevole Gianluca Pini, lei guida i consiglieri romagnoli che presenteranno la proposta di legge in regione. Cosa c’è in più rispetto al quesito lombardo?

«E’ ispirato a quello, ne ricalca alcune richieste soprattutto sul trattenimento delle risorse sul territorio. Ma poi chiede anche di esprimersi in maniera paritetica sull’autonomia della Romagna».

E a cosa porterebbe, se fosse applicata?

«Un proprio consiglio regionale, un proprio ente, un proprio bilancio».

E lo si può decidere con un referendum?

«E’ chiaro che avrebbe valore consultivo, ma anche la Brexit lo aveva...».

Il quesito principale però riguarda l’autonomia regionale, soprattutto fiscale. Sperate di poter andare al voto assieme a Veneto e Lombardia in ottobre?

«Vedremo. Tutto dipende dal presidente della Regione Stefano Bonaccini, che negli ultimi tempi si riempie la bocca con le parole federalismo e autonomia. Ma la sua è una patetica operazione».

Perché scusi?

«Ottenere autonomia facendo leva sull’articolo 116 della Costituzione è impossibile. Ci ha già provato il suo collega toscano Martini, inutilmente».

Come mai crede sia inutile cercare una soluzione costituzionale?

«Perché manca il mandato popolare. Noi abbiamo capito che tutto viene schiacciato dal centralismo romano. E allora ci riproviamo, ma questa volta con il sostegno del popolo».

Rimane comunque un referendum consultivo.

«Non è vincolante, certo, ma se si muove il popolo cambia la storia...».

Però un referendum costa.

«E’ una cifra irrisoria rispetto a quello che otterremmo. La consultazione costerebbe circa 8 milioni di euro usando il voto elettronico come in Lombardia, inoltre i tablet rimarrebbero alle scuole».

E cosa si guadagnerebbe?

«Solo in Romagna il residuo fiscale che inviamo a Roma arriva a 10-11 miliardi annui. Pensi se potessimo trattenerli sul territorio».

In Lombardia alcuni sindaci Pd hanno già dichiarato che voteranno ‘sì’ al quesito leghista.

«E io spero che capiti la stessa cosa da noi. La scelta a questo punto spetta a Bonaccini: o essere coerente, o essere zerbino».

Sarebbe stato più facile legiferare quando siete stati al Governo. Eppure...

«Non sono d’accordo. Ci provammo nel 2011: quando stavamo per mettere mano ai decreti attuativi del federalismo fiscale siamo finiti sotto un fuoco incrociato, complice anche il presidente Napolitano. E cadde il governo. Ora ci riproviamo, ma cercando il sostegno del popolo».

BONACCINI - Immediata la risposta, arrivata via Facebook, del Governatore dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini: "Separati saremmo tutti più deboli, mentre la nostra forza sono le eccellenze di un territorio che da Piacenza a Rimini compete coi territori più avanzati del mondo", ha detto il presidente in un post. 

CALVANO -  Mentre in Veneto si chiede "in sostanza di creare una Regione a statuto speciale", in Emilia-Romagna si chiede di "spezzettare una Regione in due più piccole" e, dunque, "più deboli". Insomma, "c'è grande confusione in casa Lega". A dirlo è Paolo Calvano, segretario regionale del Pd in Emilia-Romagna, che su Facebook boccia così la proposta del Carroccio di indire un referendum non solo per l'autonomia della Regione, ma anche per dividere l'Emilia dalla Romagna.

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