Bologna, 23 agosto 2019 - Votare durante la sessione di bilancio non è vietato dalla legge, molti Paesi votano in autunno. Nessuno, però, ha il nostro debito pubblico da piazzare agli investitori internazionali con il rischio dell’esercizio provvisorio. Manovra e misure per la crescita sono le priorità: il calo dello spread e gli indici di Borsa sono stati salutati, a seconda dei punti di vista, come la benedizione di un ritorno alle urne o, al contrario, come la registrazione di un minor rischio Paese nella prospettiva di un esecutivo che, per esempio, non rompa i rapporti europei o non pensi a stravaganti vie d’uscita per gli impegni di bilancio. Il denominatore comune è convincere della nostra affidabilità chi finanzia i 2.386 miliardi di debito pubblico.

Governo o non governo, però, prima o poi il voto arriva. E chi oggi pensa a formare un nuovo esecutivo non può dimenticare le ragioni che avevano contribuito al successo di Matteo Salvini e del Movimento 5 Stelle alle elezioni del 4 marzo 2018. Due, tra le tante. Prima ragione: la domanda di protezione di una popolazione sempre più anziana e fragile dalla criminalità e dalle incertezze economiche. Seconda ragione: le aspettative del Nord, di quella parte del Paese economicamente più forte, innovativa e animata da imprese che fanno la differenza.

Un mondo col quale la sinistra ha storicamente difficoltà di dialogo. La Lega no. Figuriamoci se alla flat tax dovesse sostituirsi la patrimoniale. Le critiche di una parte del Pd all’autonomia differenziata, chiesta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, sono un’altra testimonianza. Il Paese ha davanti un periodo difficile: sterilizzare l’aumento dell’Iva costa 23 miliardi di euro. 

Servono, a spanne, tra i 2 e i 5 miliardi di euro per coprire i maggiori interessi sul debito pubblico tra il 2019 e il 2020. Le crisi aziendali aperte sono circa 160. I posti di lavoro a rischio sono stimati in 250mila. Il Paese è fermo. Il taglio della spesa pubblica improduttiva sarebbe essenziale, ogni centesimo andrebbe speso per sostenere la crescita. Consapevoli del fatto che potrebbe andare peggio se la Germania vivrà la recessione che teme e contro la quale – dopo anni di colpevole surplus commerciale – sta pensando a un’iniezione da 50 miliardi di euro. Ricetta buona anche per l’Italia, potendoselo permettere.