Pesaro, 6 novembre 2018 - Quattro anni di squalifica per doping a carico di Filippo Magnini. Così ha deciso il Tribunale antidoping di Roma per l'ex nuotatore pesarese. Riconosciuta l'accusa di uso e tentato uso di sostanze dopanti, cadute le altre accuse di favoreggiamento e somministrazione o tentata somministrazione di sostanze. La procura sportiva aveva chiesto 8 anni di squalifica. 

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"Sono dispiaciuto e anche arrabbiato, ma me l'aspettavo. So che la sentenza era stata scritta già prima del 15 ottobre, prima che io venissi qui a parlare. Perché? Non lo so, ce lo stiamo chiedendo con gli avvocati, stiamo pensando a chi potrei aver pestato i piedi. Ho pensato di tutto, che il mio movimento "I am doping free" possa aver dato fastidio a qualcuno, che io potessi essere una pedina per colpire qualcuno più importante. Non ho fatto nulla, questa sentenza è ridicola". Queste le parole di Magnini. 

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Riferendosi al Procuratore anti-doping di Nado Italia, Pierfilippo Laviani, il pesarese ha quindi aggiunto: "Il procuratore Laviani mi ha detto a processo sbattendo i pugni sul tavolo: 'Basta, ormai è una questione personale'. Parliamo di un accanimento, di una forzatura. Non ci sono prove, anzi le prove dimostrano il contrario. Faremo sicuramente ricorso. Pensare che un procuratore, al quale è stato dato pieno potere, possa agire con queste parole senza alcuna ripercussione, fossi il Coni mi arrabbierei parecchio. Nella giustizia ordinaria non ci potrebbe essere. Questa è una cosa molto grave. Faccio mia, perché mi ci rivedo molto, una frase molto importante e bella di Cristiano Ronaldo riguardo le accuse di stupro che gli sono state rivolte. Lui ha detto 'Sono un esempio nello sport' e lo sono anche io".

"Se devo guardare gli aspetti positivi è che almeno non possono dire che Magnini si è dopato. Tutti i nostri controlli sono a posto, è venuto fuori che non ho mai chiesto, né pagato per delle sostanze. Il mio nome non è mai stato fatto, ma di cosa
stiamo parlando? Quello che mi fa ridere è che tutto si limita al 'Noi, procura, pensiamo che voi avete pensato di fare ma non lo avete fatto' e non si parla di nessuna sostanza specifica", racconta il pesarese. "Noi ad oggi non sappiamo per quale tentativo di uso di sostanza siamo accusati. Sarei stato arrabbiato anche per un giorno, figuriamoci per quattro anni. Ci sono atleti che hanno preso due anni dopo essere stati trovati positivi", rimarca l'ex atleta. Che poi ribadisce: "Forse è tutto uno schema, anche se mi domando il motivo. Non è un pregiudizio, ma una persecuzione. Sono incazzato nero perché io oggi ero sicuro al 100% che qualcosa ci avrebbero dato".

Re Magno e i suoi legali sono già pronti a combattere il secondo round. "Farò appello - precisa un combattivo Magnini - perché finché non sono morto, non posso accettare una cosa del genere. Spero ci sia onestà, é ancora lunga: é come nei 100 metri dove sono diventato campione del mondo per due volte, oggi siamo ai 50 metri e io ho sempre vinte negli ultimi 10 metri. Secondo il due volte campione del mondo "ci sono state molte irregolarità nel processo. Abbiamo prove di cose accadute molto gravi e le diremo nelle sedi giuste. Sono molto deluso da questa giustizia sportiva che non chiamo nemmeno più così. Credo che scriverò un libro su questa vicenda. Agli atleti dico: state attenti, fate qualcosa perché io ho avuto paura". "Faremo appello – aveva annunciato ieri anche Francesco Compagna, uno dei difensori del nuotatore pesarese – e se dovesse servire, arriveremo fino al Tas". Fino al Tribunale arbitrale dello Sport di Losanna, il terzo grado di giudizio sportivo.

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I guai giudiziari per Magnini sono cominciati con l’inchiesta per doping della Procura di Pesaro sul suo ex nutrizionista, il medico pesarese Guido Porcellini, e l’amico e collaboratore di quest’ultimo, Antonio Maria De Grandis.  Porcellini e De Grandis erano finiti nel mirino dei Nas per un presunto traffico di sostanze dopanti importate dall’estero, e in particolare dalla Cina. Sostanze che, secondo le carte della Procura, erano destinate a diversi sportivi.

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Tra cui anche campioni iridati come Magnini. I pm pesaresi avevano subito specificato e ribadito, con tanto di comunicato ufficiale, che Magnini sarebbe stato solo un destinatario, ma che non è mai stato provato che avesse assunto sostanze dopanti. Gli atti della Procura erano però stati trasmessi agli inquirenti della giustizia sportiva. E sulla base di quelli, i pm della Nado avevano ritenuto che ci fosse abbastanza materiale per mettere sotto accusa per doping, Magnini, ma anche il suo collega di vasca della nazionale, Michele Santucci, oltre che Porcellini, De Grandis e anche il fisioterapista perugino, Farnetani.

Anche Santucci è stato oggi condannato dalla giustizia sportiva a quattro anni di squalifica, come Magnini è stato ritenuto colpevole di aver violato l'articolo 2.2 del codice dell'Agenzia mondiale antidoping (Uso o tentato uso di sostanze dopanti). 

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