Massimo Matteucci (foto Zani)
Massimo Matteucci (foto Zani)

Ravenna, 15 agosto 2017 - E’ morto oggi Massimo Matteucci, per 21 anni alla guida della Cmc (su 43 complessivi di lavoro effettivo per la cooperativa costruzioni di viale Trieste). Ripubblichiamo l’intervista uscita sulle pagine de il Resto del Carlino, lo scorso maggio.

Massimo Matteucci, in Cmc dal 1973, presidente dal 1996, oggi al passo d’addio: per tutti lei è l’uomo che ha ha trasformato la Cmc.
«Sì, è vero, nel 1996, in un momento difficile per la cooperativa, ci trovammo in un’azienda divisa nelle idee di prospettiva. L’unico elemento positivo di sviluppo che tenne tutto insieme era il fatto che tutti soci tenevano alla cooperativa, anche se le idee erano differenti»

E come andò a finire?
«Si fece una discussione e scaturì un orientamento di prevalenza: si cambiò il gruppo di riferimento sociale, industriale, gestionale e operativo individuando un percorso che riportò l’azienda alle radici».

Fu un’idea sua?
«Sì, il gruppo dirigente e i soci erano d’accordo con me».

Prima l’azienda che orientamento aveva?
«Prima della mia presidenza l’azienda si stava concentrando sulle diversificazioni industriali, specializzazioni di nicchia, un mercato estero poco ampio. Insomma, c’era l’idea del piccolo è bello. Invece noi ripartimmo da quello che la cooperativa aveva imparato a fare».

Ovvero?
«Le grande infrastrutture, la specializzazioni e il boom dello scavo meccanizzato. Questo progetto lo condividemmo con le strutture finanaziarie del movimento cooperativo, ci aiutarono le società che facevano riferimento al gruppo Unipol, in questo progetto di tenuta e rilancio della cooperativa con il mondo finanziario, alleggerendo il debito e creando delle condizioni virtuose di rilancio. Importante fu anche l’atteggiamento responsabile del sindacato, capì che l’azienda doveva snellirsi. Portammo a casa un piano lacrime e sangue ma senza fare un’ora di sciopero».

Sì perché in quegli anni 90 la Cmc se la passava male.
«Anni difficili dal 1995, non avevamo l’attività immobiliare, o almeno veniva fatta in termini residuali: furono cinque anni duri».

Lei allora era capo del personale.
«Già, ero il direttore del personale quando c’era da licenziare... Poi però come presidente mi son rifatto, inserendo 300 giovani negli ultimi 10 anni».

Ora siamo ad un passo dalla società per azioni, un bel mutamento di pelle per una cooperativa, non trova?
«È insito nella storia della cooperativa intuire le esigenze di mercato. La spa per la cooperativa non è un fine, nè penalizzazione nè una promozione, ma uno strumento, serve a intercettare e interpretare le evoluzioni del mercato. In questo mondo, dove il mercato da una parte cresce a dismisura dall’altra diminuisce, la spa non è un assillo, è uno strumento che ci consente di stare sul mercato, poi faremo tutte le spa che servono per intercettare le opportunità di mercato, come stiamo facendo negli Stati Uniti e America del Sud».

In che senso?
«Lì stiamo aggredendo soglie di mercato consone alle nostre dimensioni. Per ora sono lavori medio piccoli, cento milioni di dollari all’anno, poi anche con le grandi imprese americane potremo cominciare a battere gare importanti, specie grazie al nostro brand riconosciuto: lo scavo tradizionale e meccanizzato».

L’America, l’Asia, l’Africa....puntare sull’estero vi ha salvato a metà degli anni Novanta.
«Direi proprio di sì. La solidità e la dimensione di impresa l’abbiamo costruita con l’estero, con il riuscire a stare nei mercati globalizzati».

Quando vede le foto delle proteste dei lavoratori di realtà locali in crisi, come Acmar e Iter, non pensa: ‘Poteva capitare anche a noi?’
«Eh...Nel piccolo ci provarono anche a loro a investire sull’estero, specie l’Acmar, ma serviva fortuna e cogliere momenti opportuni».

Il rapporto fra voi e Ravenna, su... non faccia quella faccia.
«...noi vogliamo bene alla nostra città, siamo qui, qui siamo nati, purtroppo questa fase di non crescita e di crisi che ormai si trascina da anni ha portato con sè delle situazioni che anziché diventare opportunità sono diventati dei pesi».

Esempio?
«Il Sic, questo caso non l’abbiamo voluto noi. Ma siamo qui dal 1934 e non è bello sentirsi trattati da belligeranti in casa propria...».

Sì, però questa è una storia che dura da troppi anni. Da secoli si parla del trasferimento a Porto Fuori, i residenti della Torre Zucchi e gli altri vicini hanno poi tutte le ragioni protestare per i lavori, il rumore, le polveri: una situazione, la loro, da non augurare a nessuno..
«Certo, si è tardato, ma la città dimentica che è anche nostro interesse togliere questi impianti. Noi qui siamo seduti su una potenzialità di sviluppo immobiliare straordinaria. Abbiamo interesse a delocalizzare gli impianti e ci abbiamo anche provato, la città avrebbe potuto fare qualcosa di più. Porto Fuori non va bene, di là non va bene...».

La città? Vuol dire il Comune?
«L’Amministrazione poteva fare di più, ci siamo sentiti trattati male in casa nostra. Oggi con questo sindaco, al quale non difetta il coraggio, proviamo a costruire qualcosa».

Come a dire che con quello precedente le cose non andavano lisce?
«A Fabrizio Matteucci voglio bene come un fratello, anche se non siamo parenti, però in dieci anni la città è stata sostanzialmente ferma. Il porto, il ferro, la gomma... Guardate Forlì: quattro bottegai artigiani forlivesi hanno una bellissima tangenziale, la migliore della Regione, qua abbiamo il quarto porto per le rinfuse d’Italia con una tangenziale che fa ridere i polli. Anche la Secante di Cesena è ottima. Solo noi e Rimini siamo rimasti indietro: abbiamo strutture degli anni 50, noi per il porto e loro per il turismo. Invece Forlì e Cesena hanno tutta roba nuova».

Però si sa che la Cmc è legata alla Sinistra che governa da sempre questa città: non mi dica che non potevate fare un po’ di pressione...
«Ce l’abbiamo messa tutta ma evidentemente non è stato sufficiente».

A Ravenna qualcosa avete fatto: al volo vengono in mente Palazzo Rasponi e il ponte mobile, per il quale tra l’altro avete chiesto un maxirisarcimento ad Alvaro Ancisi dopo una polemica. La causa va ancora avanti?
«Sì, come quella con la Comizzoli (per il caso di un muro in Medio Oriente, ndr), perché la Cmc non è una realtà che ama polemizzare, ma quando è troppo è troppo: sia Ancisi che la Comizzoli non possono insultare gratuitamente un’azienda come la nostra, non ce lo meritiamo, per tutto quello che abbiamo fatto e stiamo facendo per Ravenna».

Però l’impressione è la Cmc preferisca investire all’estero perché lontano da casa trova meno complicazioni.
«È vero, all’estero prendiamo i lavori e agiamo rapidamente, in Italia è tutto più complicato. Ma la situazione sta diventando compelssa anche lontano da casa: in Svezia abbiamo vinto 400 milioni di lavoro per la tangenziale di Stoccolma... beh, gli svedesi non si davano pace, ci hanno fatto tre ricorsi, roba che non succede nemmeno in Italia, li hanno persi, ma ci hanno tenuto fermi nove mesi».

Tanti appalti ma siete finiti spesso in mezzo a contestazioni, come per la Tav, e soprattutto in inchieste giudiziarie: perché?
«Il nostro è un paese difficile, il nostro portafoglio italiano si concentra soprattutto in Sicilia, una terra complicata. Io con i miei dico: appena arrivate in territori di un certo tipo, andate subito a presentarvi a prefetto e carabinieri, e spiegare cos’è la nostra azienda, così dialogate in maniera trasparente Guai a correre dietro all’amico dell’amico...».

Di guai ne avete avuti, tanti avvisi di garanzia, anche per lei...
«Qualche disavventura frutto di errori o di complessità, guardate il recente cantiere di Empedocle, inaugurato il 28 marzo: Delrio e Alfano ci hanno fatto i complimenti. Ma lì ci sono 300 camion, la metà sono di padroncini, se te ne scappa uno diventa una tragedia. Se ti capita una roba del genere, lo mandi via subito e chiedi scusa...».

E cosa dice di quando nel 2013 Renzi si arrabbiò per il crollo del viadotto delle Scorciavacche?
«Non fu un crollo, ma uno smottamento: io cosa dovevo fare? Andai dal presidente dell’Anas, dal comandante dei carabinieri, dal prefetto a dire: ci siamo sbagliati, 300mila euro li paghiamo noi e mettiamo tutto a posto».

C’è ancora in piedi l’inchiesta della Procura di Trani per il porto di Molfetta, del 2013, un’opera da 72 milioni poi la spesa lievitò a causa dei per i numerosi ordigni bellici.
«Indagine complicata, ma dopo quattro anni non abbiamo ancora fatto la prima udienza. Mah, non sta accadendo nulla, evidentemente ci sono difficoltà, ma per scaramanzia non voglio dire nulla».

Qualche guaio anche a casa nostra, con il caso della bomba trovata durante il dragaggio del Candiano e nascosta nella palude dell’area del porto, nel 2010, per non frenare i lavori, un fatto decisamente grave.
«Anche quello fu un errore, col senno di poi, ma quando sei lì non è facile decidere. Diciamo che questo aspetto pesante non mi mancherà, no davvero».

Ora cosa farà? Un po’ di politica?
«No no, lascio gli incarichi. Conservo, perché il movimento cooperativo me l’ha chiesto, alcuni progetti che avevo iniziato, ma entro il 19 li concludo».

Come vede la Cmc fra vent’anni?
«C’è un gruppo dirigente all’altezza per gestire una nuova fase di sviluppo e di crescita, che sarà costruita anche su ipotesi industriali e imprenditoriali innovative, come isolare contesti territoriali dove la presenza della Cmc in maniera organica potrebbe portare domani alla definizione di una società che con partner locali sviluppano attività sul posto e portano a casa utili, valorizzando quello che abbiamo sempre saputo fare: le grandi infrastrutture».