Silvia Avallone con la giornalista del Carlino Benedetta Salsi che ha condotto la presentazione
Silvia Avallone con la giornalista del Carlino Benedetta Salsi che ha condotto la presentazione

Reggio Emilia, 26 aprile 2017 - «Da tempo volevo raccontare che cosa significhi diventare genitore, la gravidanza, il desiderio di un figlio. Per anni ho buttato via pagine, non trovavo la chiave. Poi è arrivata proprio dalla vita che urgeva: la mia maternità, la paura del mio parto, mi hanno dato motivazione, tono, voce».

Silvia Avallone, 33 anni, piemontese trapiantata a Bologna, ha ricci, lentiggini, parole struggenti, esistenze da raccontare, luoghi che sono persone.

E oggi, alle 18, era alla libreria all’Arco per presentare il suo nuovo romanzo Da dove la vita è perfetta (edito da Rizzoli): una storia di amore e abbandono, di genitori e figli, di attese e rinunce. L’attesissimo ritorno letterario dell’autrice di Acciaio e Marina Bellezza.

Questo romanzo parla di maternità; quella che per la generazione dei trentenni di oggi è vista come scelta, un’opzione. Nel suo libro invece diventa opportunità.

«Da una parte per la nostra generazione la maternità è una scelta, grazie alla storia e alle lotte. Scegliamo, lo desideriamo. Ma è anche diventata qualcosa di straordinario, difficile poterla scegliere: non è solo un problema di precarietà economica, ma anche di tempo. Un figlio è un progetto eterno. E quando lo si sceglie lo si fa con tenacia, come una sfida enorme. Ci mette in discussione».

Da una parte Adele, che resta incinta quasi per gioco a 17 anni; dall’altra Dora, trentenne svuotata dall’idea di non poter avere figli. Come si costruiscono personaggi femminili così?

«Oramai si capisce che ho un’ossessione per le adolescenti, mi affascina la femminilità in quell’età: persone che non sono ancora diventate. E probabilmente l’identità femminile è ancora più difficile. Ci raccontano spesso nella semplificazione. Adele sembra fragile, normale, senza particolari talenti: in realtà emerge in lei una tenacia e un altruismo molto grande quando scopre di aspettare una bambina. Questa enorme rivoluzione del corpo la scuote dalle fondamenta e le permette di riflettere. Sente il battito e scatta in lei una responsabilità: il pensiero da genitore».

All’opposto il percorso devastante dell’accettazione dell’infertilità. Le fecondazioni assistite, l’adozione. Non capita spesso di trovare le parole per descrivere sentimenti così intimi. Come ha fatto?

«Il bello dei romanzi è che ti portano a uscire di casa a studiare. L’infertilità è ancora un grandissimo tabù. Se ne parla poco, bisogna cercare le parole giuste. Penso al Fertility day, ai termini sbagliatissimi scelti in quel caso. Oppure a chi decide di non avere figli. La nostra è ancora una società giudicante e non è facile. Io ho cercato di raccontare, senza sconti, i sentimenti molto bui e molto violenti della frustrazione; un sentimento che è oltre l’invidia verso le donne incinte, una sorta di vergogna. Volevo far capire ai lettori che cosa prova chi vive una condizione del genere. Ma anche chi arriva a pensare ‘mio figlio già esiste. È da qualche parte’».

Il ruolo dei padri, anche in questa sua nuova narrazione, è l’anello debole di tutte le relazioni.

«I padri sono un’altra mia ossessione, la società viaggia a tempo molto lento. C’è l’idea dominante dell’uomo che può essere irresponsabile, può andarsene, può essere violento. Poi ci sono i padri nuovi, che non hanno paura di accudire i figli. Ci sono, ma non sono incoraggiati dalle leggi stesse: il congedo parentale di un padre è ridicolo ed è stato anche recentemente dimezzato. Ma i bambini hanno bisogno del padre come della madre. Quella è una mia critica: è mettere il dito nella piaga».

I due ragazzi protagonisti, Manuel e Zeno, sono invece personaggi rotondi, pieni. Ha affidato loro il messaggio della speranza?

«I due ragazzi li ho amati molto, due teste belle, due belle intelligenze: due ragazzi che rubano un libro, invece di rubare un tablet. C’è tutto il futuro che pulsa in loro nella divaricazione. Zeno che incarna la scuola come reale forma di riscatto; Manuel che vive la contraddizione sociale del vivere nelle periferie che in qualche modo ti porta a essere delinquente. Manuel vuole, vuole, fortemente vuole. E nella società di oggi ti fanno credere che i desideri sempre vadano esauditi, ma non è così. Nella vita non c’è la perfezione di. Zeno invece capisce che le persone che ti stanno accanto sono più importanti dei desideri, per questo bisogna prendersene cura».

C’è un messaggio rivoluzionario in questo romanzo: la cultura, l’istruzione, la scuola sono il nostro vero e unico riscatto dal degrado. È così?

«Oggi guardare all’istruzione come riscatto è anticonformista: non avrei mai pensato potesse essere così. C’è chi ha successo e non è laureato e se ne vanta. Mentre chi ha fatto l’università non riesce a trovare lavoro. Io vedo la scuola come libertà di pensiero. Questo vorrei dire a tutti i laureati disoccupati: che comunque sono persone libere. Hanno la libertà di fare delle scelte. Altri invece avranno i famosi 15 minuti di gloria, ma sono molto fragili. Tutti noi dobbiamo darci da fare per convincere concretamente genitori e ragazzi che la scuola è un luogo molto sexy, molto più sexy di Facebook e Instagram. Quando ero adolescente per me il classico era un posto fighissimo. Ora invece chiudono i licei. Ma è colpa soprattutto della politica che ha scelto di non investire e solo tagliare».

Nel libro compare pure Barbara D’Urso, dalla tv sempre accesa nella periferia del degrado. Ma Zeno riesce a far distogliere l’attenzione dallo schermo raccontando l’Educazione Sentimentale...

«Il problema non è Barbara D’Urso, ma che non c’è Flaubert alla portata di tutti. La verità è che si comincia davvero con l’infanzia, da piccolissimi. Quando finisci un libro non ti senti vuoto come quando stai tutto il giorno davanti alla tv, hai vissuto diverse vite. Ogni scuola dovrebbe avere una biblioteca libera. È un investimento che la politica dovrebbe fare per i cittadini di domani».

La sua bambina si chiama Nilde. Ha qualche legame con l’illustre reggiana?

«Abbiamo scelto questo nome perché ci piaceva il suono. E poi Nilde Iotti era una grande donna, libera. E spero che sia un amuleto per lei».