Bologna, 21 gennaio 2016 - C’è un'espressione – icona pop – che oggi usiamo con disinvoltura. Il merito di questa concezione unica della creatività come di una sensazione che riesce a coniugare cultura di massa e accademia è di un americano di origine polacca, Andy Warhol, che sul gesto abituale, sull’immagine che può essere esposta, con la stessa dignità nella più raffinata galleria d’arte come nel più periferico supermercato, ha basato la sua poetica.

Tutto questo andrà in scena da lunedì(inaugurazione alle 18.30. Sino al 2 febbraio), in Galleria Cavour in occasione della mostra, Ladies and Gentlemen 1975/2016 Andy Warhol, organizzata in occasione delle iniziative che accompagnano i 40 anni di Arte Fiera

Con la cura di Alessia Marchi, l’esposizione – ha già registrato 8600 condivisioni su Facebook in meno di 24 ore – ripropone un allestimento realizzato da Warhol nel 1975 per il Palazzo dei Diamanti di Ferrara, dove il genio fu invitato a presentare una serie di scatti, dal titolo, appunto, Ladies and Gentlemen, che ritraevano dieci drag queen frequentatrici del club newyorchese The Gilden Grape.

Si tratta di 10 polaroid che ci restituiscono il senso del misteo, del peccato, ma al tempo stesso della normalità di una scena che Warhol conosceva bene, avendo negli anni ’60, aperto la sua leggendaria Factory (dove, ricordiamo, esordì un giovanissimo Lou Reed e più tardi accolse anche Loredana Bertè) a poca distanza. Le foto furono allora accompagnate da un saggio di Pier Paolo Pasolini, che verrà ripreso anche in questa nuova edizione.

Cinque le sezioni della mostra. Oltre a quella che recupera Palazzo dei Diamanti, c’è un’area dedicata all’essenza stessa del lavoro di Warhol. Il rapporto dell’artista con il consumo, incluso quello culturale. Dalle immagini create per le aziende alle stampe multiple come la celebre serie su Marilyn Monroe. Una terza parte riguarda i ritratti eseguiti su commissione e quelli degli amici artisti: come Joseph Beuys, altro famoso frequentatore della Factory. Poi ci sono le copertine discografiche, oggi contese dai collezionisti con quotazioni da capogiro.

La più nota è sicuramente quella disegnata per il disco d’esordio dei Velvet Underground di Lou Reed nel 1967, con la banana (sbucciabile nella prima edizione). Ma ci sono cover create per i Rolling Stones, Aretha Franklyn, Thelonious Monk. Infine sarà a disposizione dei visitatori un’area di laboratori didattici partendo dalla tesi della necessità della riproducibilità dell’arte cara a Warhol.