Cesena, 14 settembre 2014 - Da anni aveva preferito il silenzio, fino ad oggi. Solo qualche dichiarazione sparsa, legata sempre alle ultime vicende giudiziarie. Ma oggi Igor Campedelli, forte anche della prima vittoria in aula con l’assoluzione per l’accusa di cinque milioni di fatture ‘gonfiate’, torna a farsi sentire. E ripercorre molto della sua lunga storia in bianconero, fatta certamente da successi ma anche da grosse difficoltà finanziarie, motivo del suo abbandono. In questi anni, passati perlopiù in terra portoghese dove ha altri affari sempre nel mondo calcistico, ha avuto modo di raccogliere le idee. E oggi dice senza rimpianti: «Non mi sento responsabile per le difficoltà attuali del Cesena». Ma per cantare piena vittoria dovrà aspettare che anche gli altri due procedimenti a suo carico lo riconoscano innocente. In uno di questi l’accusa più pesante è quella di riciclaggio, mentre in un altro è finito al centro del mirino per la gestione del nevone 2012.

IGOR CAMPEDELLI, un’assoluzione penale, quattro sportive ma altri due processi penali che l’attendono ancora. Come si sente?

«Contento che la giustizia non sia stata influenzata dall’aspetto mediatico. Grande sollievo nell’essere stato assolto, ho trovato attenzione e scrupolosità. Comunque...»

Comunque?

«Sia chiaro: non ho rubato al Cesena, non mi sono arricchito, anzi ne sono uscito con le ossa rotte».

Lei quindi come si definirebbe?

«Un imprenditore che aveva grande visione sul Cesena, ho raggiunto traguardi impensabili in poco tempo ma ho fatto il passo più lungo della gamba. Qui sono rimasto sei anni con successi che ora vengono sepolti».

Però quando lei ha lasciato il Cesena stava fallendo e con un ammontare di debiti enorme, si parla di 55 milioni.

«Si parla di tante, troppe cose non reali. Chi l’ha detto che il Cesena nel dicembre 2012 quando è subentrato Lugaresi con i suoi amici stesse fallendo? Se lei guarda le società che sono saltate hanno tutte un percorso che parte da punti di penalizzazione per mancati pagamenti. Noi non ne abbiamo mai presi».

Allora perché ha lasciato?

«Ero conscio della tensione finanziaria della società. Non avevo disponibilità personali per fare fronte alle necessità».

E si rifece avanti Lugaresi.

«Sì, era socio minoritario, venne con i suoi amici. Preferii lasciarla a lui proprio come lui aveva fatto con me. Avevo anche rispedito al mittente alcuni avventurieri. Mi venne pure stipulato un contratto da consulente che non fu rispettato e a mio avviso è stato un danno per il Cesena».

Ma l’indebitamento ai suoi tempi a quanto ammontava?

«Venticinque, ventisei milioni, una situazione ‘normale’ per un club calcistico da poco retrocesso. Lugaresi comunque ne era al corrente, insieme abbiamo incaricato una società specializzata come Orienta proprio per chiarire. Insomma tutto era ben chiaro».

Lei quando acquistò da Lugaresi a fine 2007 i debiti a quanto ammontavano?

«A una quindicina».

E ha fatto il passo più lungo della gamba.

«Non ero ricco, non lo sono e non lo sono mai stato. Vivo anche adesso del mio lavoro calcistico: scoprire talenti all’estero, consulenze, ho rapporti molto stretti con la federazione portoghese il Paese dove vivo. Nel Cesena pensavo che il lavoro e certe idee fossero sufficienti».

Non lo sono stati.

«Ho fatto tutto il possibile per tenere a galla la società proprio come stanno facendo Lugaresi e i suoi soci. Poi avevo un grande obiettivo e sono andato a un soffio dal realizzarlo».

Quale?

«Dare il Cesena in A alle grandi aziende locali, siamo stati vicinissimi»

Quando?

«L’estate subito dopo la salvezza con Ficcadenti. Il pool era costituito da alcune delle più importanti imprese della zona. Non si è fatto nulla non per denaro ma a un certo punto hanno temuto l’eccessiva visibilità che dà il calcio. Questo mondo ti può schiacciare. Sei sempre in prima pagina, esponendoti a critiche continue. Sentirono anche alcuni loro colleghi già impegnati nel pallone e furono sconsigliati»

Era l’anno che lei aveva allestito uno squadrone retrocesso però già a dicembre.

«Sì, l’imprevedibilità del pallone che poi è anche il suo fascino. Quattro titolari su undici della nazionale, incredibile. E un allenatore come Giampaolo. Ma non scoccò la scintilla, l’alchimia».

L’obiettivo quale era?

«Avevo allestito una squadra forte per mantenere la A e intanto andare avanti con la cessione alle grandi aziende. Nei progetti sarei rimasto a gestire la parte sportiva un po’ come faceva Galliani».

E le voci su Nagatomo?

«E’ stato il più grande affare della storia del Cesena. Sono già stato assolto dalla giustizia sportiva sulla valutazione del giocatore»

Sì, lei è stato assolto e il Cesena ha patteggiato per 80mila euro.

«Non per colpa mia, è dimostrato. E’ una scelta che non avrei mai fatto nell’interesse del club».

Il giocatore è stato poi pagato dalla nuova dirigenza.

«Ai giapponesi avevo offerto tre chance da 500mila euro l’una. Dissero che non andava bene e sarebbero comunque andati davanti all’autorità competente. Sul difensore c’erano Milan, Juve e Inter. L’ultimo giorno di mercato, nella sede nerazzurra, ho trattato dieci ore. Ficcadenti voleva dimettersi per la sua cessione».

L’errore Mutu però è stato notevole.

«Sì, ho sbagliato, non tanto a livello tecnico ma non sono stato in grado di gestirlo. L’ho inseguito due anni, ne ero innamorato calcisticamente. Lo soffiammo a Genoa e Bologna. Dopo quell’operazione tutti gli addetti ai lavori ci misero fuori dai club che avrebbero lottato per la salvezza. Quell’estate feci sognare una città intera».

Campedelli, lei si sente responsabile per le attuali notevoli difficoltà societarie del Cesena?

«No, l’ammontare complessivo del mio debito è stato tutto coperto dal valore dei giocatori venduti e presenti nella mia gestione tra i quali Parolo, Benalouane, Sensi, Defrel, Garritano, Caldirola, Rodriguez, oltre ai ragazzi del vivaio».