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"Avevo tre tumori, con la cura Di Bella sono scomparsi"

La storia

L'appello di Roberta Tagliani, modenese e reggiana d'adozione: "Parlate di noi"

di Francesco Vecchi

Roberta Tagliani mostra il referto medico: i tumori non ci sono più (FotoFiocchi)
Roberta Tagliani mostra il referto medico: i tumori non ci sono più (FotoFiocchi)

Modena, 4 ottobre 2012 - «SIAMO tantissimi, ma sia chiaro, non siamo guariti. Perchè il cancro te la cambia la vita. E te la cambia per sempre». Comincia così la chiacchierata con Roberta Tagliani, modenese di 43 anni e da 20 reggiana di ‘adozione’. Davanti a un caffé e a una lettera che ha deciso di scrivere proprio in questi giorni per farla arrivare il più lontano possibile. «Voglio che si sappia che esistono persone come me. Voglio che si sappia che siamo in tanti e che pur non essendo all’ultimo stadio della malattia, abbiamo avuto il coraggio di scegliere una cura diversa rispetto alla chemioterapia. Cura che ci ha dato dei risultati positivi e in poco tempo, facendoci vivere una qualità di vita nettamente superiore rispetto a quella che di chi invece affronta la malattia seguendo i protocolli tradizionali». Stiamo parlando del Metodo Di Bella, o Multitrattamento Di Bella (Mdb in sigla) che dir si voglia. Una delle più intricate, controverse e dibattute vicende mediche che l’Italia abbia mai vissuto. Bocciata dal Ministero della Salute e dal Consiglio superiore della Sanità, eppure, a ormai 14 anni da una polemica che ha diviso il Paese, scelta ancora da malati di tumore nel fatidico giorno in cui si trovano a dover dire sì o no a un’operazione e/o alla chemioterapia nel corridio di un ospedale. Come successo, anzi come fatto, da Roberta lo scorso maggio a due mesi di distanza dalla diagnosi di un cancro trifocale maligno che, dopo 79 giorni di cura alternativa, non esiste più. A dirlo sono gli esiti dell’esame Pet eseguiti da un radiologo che temeva di non chiudere occhio le notti seguenti una volta sentita la storia di Roberta e prima di dare il via all’esame diagnostico. «Ma invece...», ripete Roberta sventolando il referto datato luglio, «invece alla fine è uscito e mi ha chiesto dove mi avevano diagnosticato il tumore, perché di tumori nel mio corpo non c’erano tracce. Gli ho risposto che quella notte non avrebbe dormito, ma solo perché avrebbe avuto tante cose a cui pensare». Roberta non è una ‘dibelliana’, ha una buona dose di scetticismo e non vuole fare battaglie politiche. Ma mentre sventola il foglio sembra ripetere quel famoso ‘Eppur si muove’ che al contempo è un grande punto di domanda.
 

IL TUMORE si materializza nella vita di Roberta Tagliani lo scorso 24 marzo. Scritto nero su bianco: cancro trifocale duttale infiltrante di secondo grado al seno sinistro. Con un alto tasso di proliferazione. Questo recita la diagnosi. «È indescrivibile quello che si prova. Non vedevo più niente — ricorda Roberta —. Mi hanno detto che mi sarei dovuta operare subito. Ho immediatamente pensato ai miei figli di 5 e 6 anni. Avrei detto loro che mi ero tagliata i capelli. Stavo già pensando dove comprare una parrucca». Il primo contatto con la vicenda del professore modenese avviene quasi per caso, pochi giorni dopo. Un’amica le lascia un articolo di giornale. Racconta del metodo di cura Di Bella. Ripercorre le polemiche. Le accuse. I sospetti. Le critiche. Roberta si interessa e si informa divorando pagine web. «Da lì mi sono messa a studiare e ora posso dire ad alta voce che per fortuna Internet esiste. Ero, e forse lo sono ancora, scettica. Perché in ogni caso è una cura incredibilmente pesante».
 

L’ONCOLOGO e il chirurgo ‘tradizionali’ che la visitano mettono subito in chiaro il percorso che la attende: sei cicli di chemioterapia, per testare i farmaci e trovare quelli più adatti a sconfiggere i tre tumori. Poi un intervento di svuotamento ascellare e una mastectomia. «L’oncologo mi dice di sottopormi immediatamente alla chemio, il chirurgo di aspettare e operarmi, prima». La decisione è da prendere in tempi brevissimi, praticamente subito. «Ma quando mi contattano per mettermi in lista — dice la 43enne modenese — comunico loro che ho scelto un’altra strada. Che mi sottoporrò alla cura Di Bella. Loro mi rispondono che sarebbe una follia». Roberta va avanti e si rivolge a un chirurgo e oncologo di Verona che segue il Multitrattamento Di Bella. «Da allora, ogni giorno, prendo 30 pastiglie, 3 volte lo sciroppo, acido ascorbico e mi porto sempre dietro un microdiffusore di somatostatina che viene iniettata nelle mie vene con regolarità», spiega mostrando il piccolo apparecchio. Roberta ha diverse sveglie nel cellulare che a cadenza continua le ricordano di prendere le medicine. «Non è facile. Per niente, ve lo assicuro. Quando sono uscita per la prima volta dallo studio di Verona avevo un cartone di medicinali. Il primo mese, per curarmi, ho speso 2.350 euro. Ogni 28 giorni faccio una puntura che da sola costa 1.450 euro. Cifre folli, che non sono sostenibili. Ma il tumore, oggi, non c’è più. Dopo 79 giorni la Pet parla chiaro, non ci sono tumori nel mio corpo. Dovrò continuare a seguire la cura, praticamente per sempre. Ma non posso pensare di spendere 2.500 euro al mese per potermi curare». Questo è uno dei motivi che portano Roberta a prendere contatto con altre persone che hanno percorso la sua stessa strada.
 

«SIAMO TANTI, tantissimi. Non abbiamo vissuto quello che vive un malato che si sottopone a chemioterapia. Le vitamine comprese nel metodo Di Bella ci hanno lasciati attivi. Vivi. Ci sentiamo su Facebook, ci confrontiamo e sosteniamo. Ci chiediamo come mai i farmaci della cura Di Bella costino così tanto. Perché il servizio sanitario non passa nulla?». Tre, principalmente, i motivi che hanno portato la 43enne modenese a scrivere la sua storia, i suoi 79 giorni, inviandola alla stampa e all’assessore regionale alla Sanità, Carlo Lusenti. «Per il diritto di poter scegliere, per il diritto di poter conoscere. Per il diritto di potersi curare senza rischiare di dover rinunciare a causa delle spese troppo alte. Siamo in tanti, anche in provincia di Reggio e Modena ad aver scelto la cura Di Bella. Ascoltate le nostre storie. Tanti sono sopravvissuti, altri sono morti. Altri ancora non ce l’hanno fatta, ma hanno superato aspettative di vita inimmaginabili all’inizio. Dovete parlare di noi che non siamo guariti, ma possiamo davvero continuare a vivere».

Francesco Vecchi

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