Reggio Emilia, 23 agosto 2017 - Una storia pietosa inventata ad arte per rimanere in Italia come rifugiato. E il sospetto che possa aver commesso, da quando è nel nostro Paese, altri abusi sessuali su bambini. È un personaggio ancora tutto da scoprire – e le scoperte potrebbero essere terribili – il pedofilo pakistano di ventun anni, con status di rifugiato, che ha violentato un tredicenne disabile nelle campagne della Bassa reggiana e ora si trova a piede libero dopo la decisione del giudice Giovanni Ghini che ha scatenato lo sdegno di cittadini e istituzioni. E come se già non bastasse quel poco che si sa di lui, molto altro potrebbe ancora emergere, su Aktar Nabeel. Incensurato, per quel che si sapeva finora. Ma in chi sta approfondendo il suo passato e i contorni dell’abuso da lui ammesso, stanno sorgendo pesanti dubbi. La storia che ha raccontato per ottenere l’asilo potrebbe essere falsa. E, da quando è in Italia, dov’è arrivato un anno fa con un barcone, potrebbe aver commesso anche altre violenze sessuali.

Approdato in Sicilia, il ventunenne aveva chiesto l’asilo politico, ma la commissione territoriale aveva bocciato la domanda. Lui non si è arreso e ha fatto ricorso: questa volta il tribunale di Caltanissetta, con sentenza del 3 luglio di quest’anno, gli ha riconosciuto una tutela più soft dell’asilo politico, cioè la protezione sussidiaria. Ma grazie a questa misura lui può stare in Italia. L’Avvocatura dello Stato di Caltanissetta vaglia la pratica: «C’erano anomalie – spiega il legale Giuseppe Laspina –. Per farsi concedere il permesso ha raccontato che suo padre aveva un debito e che lui, per estinguerlo, lavorava per il creditore fino a ridursi in schiavitù, così è partito per l’Italia. Ma non è credibile: in Pakistan aveva libertà di movimento. E poi, quando se n’è andato, la sua famiglia non ha avuto ritorsioni dal creditore».

Non è tutto: «Nabeel viene dal Punjab, una regione dove non si registrano conflitti». Così l’avvocato Laspina ha impugnato la sentenza, il 10 luglio: per una strana conincidenza del destino, è lo stesso giorno in cui il pakistano, a distanza di chilometri, ha stuprato il piccolo. «Analizziamo tutte le concessioni di status – dice il legale –. L’80% riguarda pakistani che, come lui, adducono motivi poco credibili. Il processo per terrorismo, nella nostra città, nel 2016, a carico di un pakistano, ci fa tenere l’attenzione alta». Anche perché dalla Sicilia questi stranieri in regola come rifugiati, ma della cui storia nulla di sicuro si sa, possono andare ovunque. Nabeel bugiardo? Forse: si deciderà il 14 dicembre in Appello. Intanto il questore di Reggio Isabella Fusiello ha avanzato alla commissione di Roma la richiesta di revoca.

Ma il ventunenne potrebbe aver abusato di altri bambini. Il pm ha commissionato ai carabinieri un approfondimento. Tra le confidenze della folta comunità di connazionali del 21enne sarebbe infatti emerso qualche indizio. E dunque gli inquirenti stanno scavando: un lavoro complesso, ma finora favorito dall’atteggiamento collaborativo, e non omertoso, dei pakistani. Difficile, invece, capire se ci possano essere precedenti commessi nella terra natia, dove raramente gli abusi su bambini e donne sono denunciati, ma più spesso subiti in silenzio, o risolti in modo tribale tra le famiglie. E ora il caso giudiziario più chiacchierato, che parte dal Pakistan e arriva alle nostre terre, può celare nel silenzio ancora tanti segreti.