Bologna, 7 aprile 2018 - Jeffrey Schnapp è un futurista. Decisamente. Ama la velocità – fino a poco tempo fa correva in moto e questo era l’hobby – e velocemente attraversa universi del pensiero. Progetta robot e studia il Rinascimento italiano, si occupa di design e scrive saggi (su Dante, Machiavelli, Hildegard von Bingen...). È newyorkese – classe 1954 – ma adora e conosce a tal punto l’Italia da venire qui a curare mostre su temi assolutamente e totalmente “italiani”. E da qualche tempo è nel board della neonata Fondazione Cirulli: sede a Bologna, creata da Massimo e Sonia Cirulli che hanno acquistato, evitandone la demolizione, lo storico edificio di Dino Gavina alle porte della città, dove sono passati Man Ray e Duchamp e dove è nato il design made in Italy.

Non a caso. Massimo Cirulli raccoglie da 40 anni materiali – poster, quadri, foto, pubblicità – che trasudano italianità. E non è neppure un caso che la Fondazione si presenti ufficialmente dal 21 aprile (vernice a inviti il 20) con una mostra che si chiama“Universo futurista” curata da Schnapp con Silvia Evangelisti.

Signor Schnapp, si può aggiungere ancora qualcosa al Futurismo che non sia già stato detto o mostrato?

«Il Futurismo ha creato un nuovo modello che è stato lo stimolo di base per gli ‘ismi’ a venire: surrealismo, dadaismo, Fluxus...».

Ma la novità del vostro punto di vista?

«Il dialogo con le altre arti, alcune a torto considerate minori: l’industria, le arti applicate, il commercio, la pubblicità. Soprattutto il Futurismo degli anni Venti-Trenta su cui ci soffermiamo. Questa mostra a differenza di altre che si concentrano su singoli ‘capolavori’, insiste invece proprio su questra trasversalità, rappresentata a perfezione dalla collezione Cirulli».

Uno scenario a 360 gradi...

«Alcuni punti fermi. L’importanza della riproduzione meccanica delle opere futuriste: foto, cartoline, stampe, collages. L’uso e riuso come nelle sculture di Renato Bertelli che riproducevano la testa di Mussolini in movimento. Lo scopo commerciale c’entra ma non era centrale».

Ci saranno però opere poco o mai viste in mostra?

«Un quadro di Balla esposto a San Francisco nel 1915: l’unico quadro pubblicato da Boccioni nel suo “Pittura e scultura Futurista”. Si chiama “Penetrazioni dinamiche di automobili” ed è il quadro forse più importante di Balla in mano a un privato. E il manifesto del film “Thais” di Prampolini, unica copia esistente. E le ceramiche. E le stanze create dai futuristi con i mobili originali: vede quel mobile, è di Tato ed è stato ideato per la camera di Italo Balbo. Oltre 300 pezzi su tre piani».

Anche le stanze...

«Mobili spesso smontabili. I futuristi hanno anche anticipato la filosofia Ikea».

Se dovesse pensare a un personaggio centrale nella mostra?

«Idealmente Bruno Munari, teorico fondamentale del design, ponte tra il Ventennio e l’Arte Concreta. Una mente che spazia... editoria, comunicazione, grafica, design...».

Una figura ancora un po’ sottovalutata, almeno in Italia.

«Perché era ironico e giocoso: elementi che non combaciano con la seriosità di certi intellettuali. E poi lui prendeva in giro gli stessi galleristi».

Non amava il Sistema.

«E il Sistema lo ha respinto».

La velocità deve avere dei limiti?

«Attenzione che da un certo punto di vista tutto ciò che teorizzavano e sognavano i futuristi non si è realizzato. La durata di un volo aereo Milano-Parigi non è cambiata di molto oggi rispetto ad allora».

Ma nella comunicazione...

«Ecco lì si va avanti. Ma lo avevano teorizzato già i futuristi parlando di telefonia e telegrafia».

Oggi apprezzerebbero cosa siamo diventati?

«Il loro sogno è diventato la nostra realtà. Marinetti negli anni ’10 immaginava tramite filmati di essere contemporaneamente in luoghi diversi nello stesso momento. Simultaneità, molteplicità: è la Rete».

E il sistema cultura sta viaggiando altrettanto velocemente?

«Un museo tradizionale se fa 3-4 mostre all’anno è già tanto. Sono strutturati con modelli che presuppongono tempi lunghissimi. Al Moma una mostra viene programmata con almeno 5 anni di anticipo. E il 70 per cento delle opere resta spesso in un magazzino. Non c’è ricambio, un curatore si adagia sui pezzi che ha sotto gli occhi e spesso non conosce l’archivio. Bisogna, come nel caso di una Fondazione come questa che ha sede a Bologna, partire da modelli dinamici e non burocratici...».

Modelli futuristi, insomma.

«Dal Futurismo al futuro: il passo è breve».

© RIPRODUZIONE RISERVATA