Bologna, l'archistar Massimo Iosa Ghini (LaPresse)
Bologna, l'archistar Massimo Iosa Ghini (LaPresse)

Bologna, 6 dicembre 2018 - Una casa tutta sua. Una terza strada per valorizzare al massimo uno dei più grandi pittori del Novecento e uscire dal vicolo cieco di una causa civile che - indipendentemente da come la si pensi sul caso - sta gettando un’ombra sul suo ricchissimo lascito. Né al Mambo, né nelle stanze di Palazzo d’Accursio, dunque. Il patrimonio di Giorgio Morandi avrebbe la statura artistica e culturale per avere un museo interamente dedicato: “Lo dicono la sua storia e la sua influenza, che è ancora molto forte e percepita in tutto il mondo”, sottolinea Massimo Iosa Ghini, architetto di fama internazionale, che una decina di anni fa si occupò proprio di riportare a nuova vita la dimora di Morandi in via Fondazza, oggi trasformata in casa-museo.

Architetto, all’epoca non ci avevate pensato?

“Sì, l’ipotesi di realizzare un museo nuovo, interamente dedicato a Morandi, fu una di quelle prese in considerazione. Avevamo anche già realizzato schizzi preparatori”.

Poi, cosa accadde?

“Si scelse di proseguire per un’altra strada, lavorando sulla sua casa natale, anche se quell’idea mi è rimasta sotto pelle da allora”.

Per quale ragione?

“Al netto delle volontà della famiglia e dei problemi con il Comune, che da architetto non posso giudicare, resta chiaro che un artista così importante, che ho studiato a fondo negli anni scorsi, meriterebbe assolutamente una vetrina di questo genere”.

In cosa consiste la rilevanza di Morandi?

“È uno di quei due o tre nomi, non dico bolognesi, ma proprio italiani, che hanno segnato il Novecento. Per capirci, se uno va alla Tate Modern di Londra, una delle raccolte più ricche del mondo, nella sala dove sono raccolti i movimenti del secolo scorso, trova De Chirico, i futuristi e Morandi. Insomma, siamo a un livello ‘top’”.

Forse più apprezzato all’estero che da noi.

“Questo non è necessariamente un male, anzi sarebbe uno stimolo per farlo conoscere e apprezzare anche ai bolognesi”.

Un ‘brand’, insomma.

“Morandi ha un valore analogo a quello di artisti internazionali, che hanno musei a loro dedicati. Penso a Salvador Dalì a Figueres, in Spagna, anche se la scelta di uno spazio porta sempre con sé problemi delicati da affrontare: in una casa-museo il legame con l’artista è indiscutibile, mentre in questa situazione andrebbero eventualmente studiate soluzioni che non snaturassero questo legame”.

Sono più i rischi o i benefici?

“Tutto sommato, per me i secondi. Voglio essere chiaro: al MamBo, Morandi non sta male, anzi lo si va a vedere volentieri. Ma un intervento di questo tipo potrebbe generare riqualificazioni importanti: se inserito in una zona periferica, aumenterebbe la qualità di vita del contorno, dando valore economico e sociale. Sono occasioni importanti, che vanno gestite anche con questo scopo”.

E sarebbe anche un’attrazione in più per la città.

“Appunto. In questi anni molta più gente viene a visitare Bologna, uno spazio museale di qualità, dedicato a Morandi, sarebbe una tappa cruciale che arricchirebbe ancora di più l’offerta”.