di Pierfrancesco Pacoda Sono state palco per la sperimentazione teatrale più estrema, hanno ospitato poeti e filosofi che per una notte, hanno preso il posto del dj, hanno regalato l’illusione di un luogo ‘liberato’ nel quale persino il divario tra le classi sociali (per non parlare delle differenze sessuali) potesse essere superato. Non erano solo puro intrattenimento i club che hanno definito, dagli anni ’70 ai ’90, la mappa del nottambulismo in Italia, ma avevano l’ambizione, a volte giustificata altre no, di diventare dei laboratori di creatività. A questi...

di Pierfrancesco Pacoda

Sono state palco per la sperimentazione teatrale più estrema, hanno ospitato poeti e filosofi che per una notte, hanno preso il posto del dj, hanno regalato l’illusione di un luogo ‘liberato’ nel quale persino il divario tra le classi sociali (per non parlare delle differenze sessuali) potesse essere superato. Non erano solo puro intrattenimento i club che hanno definito, dagli anni ’70 ai ’90, la mappa del nottambulismo in Italia, ma avevano l’ambizione, a volte giustificata altre no, di diventare dei laboratori di creatività. A questi spazi, alla loro storia, per la quale l’Emilia Romagna è stata centrale, a quello che ne rimane, è dedicato Disco Ruin il docu-film di Lisa Bosi e Francesca Zerbetto, che vivono e lavorano a Bologna, dove il doc è stato ideato con la produzione di un’altra realtà locale, la Sonne Film. L’anteprima ieri sera alla Festa del Cinema di Roma.

Bosi, il titolo del suo film parla di ‘rovine’. Siete partite dai ruderi?

"Il nostro sguardo è stato inizialmente architettonico. Volevamo indagare le ragioni che hanno spinto alcuni architetti ‘radicali’ a confrontarsi, sin dagli anni ’60, con l’ambiente della discoteca. Lo hanno ripensato attraverso un punto di vista allora rivoluzionario. Superare il senso della balera, del salone famigliare dove in una stanza si mangia e nell’altra si danza. Le discoteche nascono come teatro per le avanguardie, per la ricerca. Penso allo Space Electronic di Firenze dove faceva gli spettacoli il Living Theatre o il Cocoricò di Riccione che è stato il primo luogo a ospitare le performance di gruppi oggi acclamatissimi come i Motus o la Societas Raffaello Sanzio".

Un mondo oggi in rovina.

"I ruderi delle discoteche, il fascino da archeologia industriale, è stato il nostro punto di partenza. Intorno alla bellezza ancora palpitante di queste strutture abbiamo costruito il nostro racconto, alternando materiale d’archivio, rarità pescate nelle case di chi allora era un adolescente, interviste ai protagonisti di quella scena. Ci sono dj come Albertino, Claudio Coccoluto, Ralf; architetti come Derossi e Ugo La Pietra; imprenditori come Giancarlo Tirotti, che nel 1975 inventò a Gabicce la Baia degli Angeli".

Una storia nella quale la Riviera e Bologna sono protagoniste.

"Tutta la regione è il fulcro intorno al quale gravita Disco Ruin che ha infatti ricevuto il sostegno dalla Emilia Romagna Film Commission. La vita notturna bolognese si identifica nel film soprattutto con il Kinki, davvero un club simbolo di questa avventura. C’è tutta una mitologia sulla difficoltà di superare i rigidissimi sbarramenti della selezione alla porta, perché la finalità era di ricreare all’interno una nuova ‘famiglia’ per i frequentatori, farli sentire a loro agio, costruendo per una sera il sogno di un mondo di fantasia. Un sogno che ha nutrito la mente di più di una generazione".