Antonella Boralevi (foto di Giovanni Gastel)
Antonella Boralevi (foto di Giovanni Gastel)

Bologna, 9 maggio 2018 - E0 il suo ventesimo romanzo, ma è un debutto, perché questa volta il terreno letterario è il noir più assoluto. Antonella Boralevi ha il grande dono dell’osservazione e dell’ispirazione che sgorga incessante e con La bambina nel buio» (Baldini+Castoldi) – che presenta alle 18 alla Feltrinelli di piazza Ravegnana con Ippolito Bevilacqua Ariosti, Stefano Bonaga e Andrea Maioli –, fa una scelta forte, portandoci nel cuore delle donne, affrontando i temi cruciali dell’anima contemporanea. Ci mette alle strette, insinuandosi nella nostra conspevolezza e ci seduce con descrizioni e scenari splendidi, dove però, si annida la tragedia. Ma l’effetto è che noi, a quella festa sfarzosa anni Ottanta in una villa palladiana, con calice di champagne tra le mani, vorremmo proprio esserci.

Boralevi, noi donne cosa siamo disposte a fare per amore?
«Facciamo tutto e spesso ci inoltriamo in territori che sarebbe meglio non sondare. Ho sempre scritto di sentimenti, ma qui c’è di più, c’è un thriller che indaga sul cuore delle donne».

Nel romanzo i personaggi femminili sono molto bene delineati, chi sono i principali?
«La storia vive nel passato e nel presente. Nel 1985 ci troviamo a una festa in una villa palladiana tra flirt, fuochi d’artificio, pura bellezza e gioia e al centro c’è la padrona di casa, che in questo mondo ci è arrivata perché ha fatto fortuna. Il lettore riesce a vedere questa festa, ci sta dentro ma sente che sotto lo splendore della società c’è una vibrazione di ansia. Il secondo personaggio forte è Emma, inglese, 30 anni, carica di problemi e rapporti irrisolti, non sa che fare della sua vita e ha un dolore che l’ha stronacata... è a Venezia per dimenticare. Da una parte c’è una donna selvatica e dall’altra una che deve risolversi».

Viene da pensare, leggendo, che ognuno dei suoi lettori troverà qualcosa di sé nel romanzo...
«La bambina nel buio è come uno specchio, ognuno trova cose di sé, perché la mia è una storia che appartiene a tutti, uno spaccato di mondo, dai camerieri ai marinai, dai poliziotti all’alta società... c’è un universo di identità, ma ci sono anche e soprattutto le emozioni, quelle che ti appartengono, e che ti travolgono.

Come i due piani temporali scelti, il passato di festa destinato a concludersi tragicamente degli anni ’80 e il presente in una Venezia tra nebbia e pioggia, anche la struttura del romanzo sembra vivere in due epoche.
«Chi ha amato La verità sul caso Harry Quebert di Dicker riconoscerà la macchina a orologeria che è la costruzione del romanzo, tra passato e presente. Non nego però che Fitzgerald sia uno dei miei scrittori preferiti».

Un romanzo che è anche un omaggio a Venezia, città che ama...
«...ma la mia è una Venezia senza turisti, piena di fantasmi che abitano il buio dell’anima».