Da sinistra: Pier Luigi Sacco, gli Skiantos e Angela Baraldi
Da sinistra: Pier Luigi Sacco, gli Skiantos e Angela Baraldi

Bologna, 23 febbraio 2021 - E’stato un lungo periodo nel quale la musica non era soltanto una forma di espressione artistica, ma anche un elemento centrale del tessuto sociale della città, generando una autentica comunità che riuscì a trasformare le metropoli in un grande laboratorio creativo. E’ successo, a Bologna, tra il 1978 e il 1992, una avventura culturale unica, ricostruita dal sociologo Pier Luigi Sacco, docente di Economia culturale alla Iulm, insieme ai professori di UNIBO, Sabrina Pedrini e Raffale Corrado, su commissione della prestigiosa rivista scientifica americana Journal of Urban Affairs. Una ricerca diventata un saggio, The Power of Local Networking. Bologna’s Music Scene as a Creative Community: 1978-1992, pubblicata sul prossimo numero di uscita imminente.


Professor Sacco, il vostro corposo saggio fa esplicito riferimento, nel titolo, alla scena musicale bolognese come a una ‘comunità’.
"Sì, questo è l’aspetto per noi sociologi più affascinante di un fenomeno così ampio come quello di Bologna ‘città della musica’. Il fatto che non si sia trattato soltanto di uno straordinario, e lungo nel tempo, fermento artistico, ma che questa realtà sia stata possibile grazie a una struttura comunitaria, dove le relazioni molto forti tra i vari ‘attori’ ne hanno determinato lo sviluppo così felice. La musica a Bologna, anche quella di maggior successo, ha sempre, e in particolare in quelli anni, svelato profondi risvolti sociali’".
Ci spieghi.
"Esistono dei precisi modelli sociologici che noi applichiamo per studiare le stratificazioni sociali, i rapporti che fanno di un gruppo di individui una comunità. Ed è quello che è successo allora a Bologna. Noi siamo partiti dall’analisi di una serie di dischi, prodotti in quelli anni, da artisti apparentemente molto diversi tra loro. Gli Skiantos, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Gianni Morandi, gli Stadio, Luca Carboni, Biagio Antonacci e Angela Baraldi. Abbiamo applicato dei particolari algoritmi e il risultato è stata una mappa di una comunità musicale dagli intrecci profondi, dove gli uni non esisterebbero senza gli altri, dove l’incontro, la collaborazione, il rapporto con la città sono stati la linfa vitale della scena. E questo è un caso unico, non solo in Italia".
Una sorta di rete che attraversava Bologna.
"Certo, un ecosistema costruito e alimentato pazientemente, dove le singole personalità, anche quelle più importanti, lasciavano da parte il proprio ego per porsi al servizio del gruppo: ad esempio incentivando le collaborazioni, gli scambi, aiutando i giovani talenti a emergere, in questo Lucio Dalla è stato maestro, dotandosi di strumenti, anche tecnici, messi a disposizione, appunto della comunità"
Artisti molto diversi, quelli presi in esame. Dal rock underground degli Skiantos alle melodie da classifica di Biagio Antonacci.
"Si tratta di musicisti che provenivano da mondi lontani ma, che, complice la grande predisposizione di Bologna a favorire le ‘connessioni’ umane, avevano molto in comune. Gli artisti che trovavi in un disco underground, ricomparivano poi tra i collaboratori di un album dal successo popolare. Insomma, eravamo di fronte a una vera ‘scena’ nella quale il concetto di ‘superstar’ era bandito in favore di un interesse ‘superiore’, palpabile in quelli anni: la consapevolezza, di contribuire, tutti, a una esperienza collettiva senza precedenti, quasi come se Bologna fosse portata sul palco da una unica, grande band".
Voi avete suddiviso la ‘macro comunità’ in una serie di sotto comunità.
"Sono ‘famiglie’ che si intersecano, ma che rivendicano, all’interno della scena, una loro identità. Da quella più strettamente cantautorale, della quale fanno parte Dalla, Ron, Roberto Roversi, tra gli altri, a una che guardava, pur con grande attenzione per le parole, alla musica ‘prog’, penso a Guccini e Ares Tavolazzi, a una, che comprende anche Biagio Antonacci, piena di session man di qualità. Ma senza barriere, quella Bologna, che adesso diventerà oggetto di studi internazionali, non conosceva la parola ‘confini’".