Giusi Quarenghi (foto Daniela Zedda)
Giusi Quarenghi (foto Daniela Zedda)

Bologna, 22 aprile 2021 - Come mai l’idea di smarrirsi è così ricorrente nei racconti per i più piccini, nei miti, nelle leggende e nelle fiabe tradizionali? Perché è tanto importante il perdersi nella letteratura per l’infanzia? "Perché – risponde la scrittrice Giusi Quarenghi – di quel concetto sono debitori i libri non solo per l’infanzia. Tutti i libri. Dante non si perde forse quando smarrisce la diritta via?".

Quarenghi è protagonista oggi alle 17.30 del secondo appuntamento on line del ciclo Boschi in cui perdersi, sentieri di paura e coraggio organizzato da Teatro Testoni e Salaborsa . Si tratta di una serie di incontri (gratuiti, della durata di un’ora e prenotabili su bit.ly/Webiner-BoschiPerdersi) per insegnanti e adulti attorno alle parole chiave che stanno guidando la nuova produzione dello spettacolo della Baracca Il bosco e la bambina che Bruno Cappagli sta realizzando in vista del debutto d’autunno.
 

Signora Quarenghi, da 40 anni lei si occupa di editoria per l’infanzia. Cosa nasconde, dunque, la parola ‘perdersi’?
"Vuol dire aprirsi a quello che verrà non sempre per propria volontà e quindi aderire all’avventura. Mi pare sia un termine su cui è bello ragionare. È una pratica piena di contraddizioni perché può portare a esiti solo apparentemente catastrofici che invece rivelano una condizione ideale per la scoperta di sé. Non basta perdersi per trovarsi. Questa è una buona partenza ma poi bisogna indagare sulle ragioni per cui quello che pareva un precipizio è in realtà una molla che ci catapulta in un altro posto. Allontanarsi dal noto non giova per forza ma può comunque farci attraversare arcipelaghi e circumnavigare altri territori".
Oltre che scrittrice è poetessa.
"Sono cammini molto vicini perché chiedono attenzione alle parole e a come loro, le parole, sono lo strumento per mettere al mondo le cose. Sono affascinata da come i bambini inventano il linguaggio, trasformandolo in elemento architettonico della realtà. Nel loro mondo le parole parlano delle cose e le cose aderiscono alle parole".
Ha spaziato fra i generi, scrivendo feuilleton di successo ma anche storie in cui si denunciava l’anoressia. Come mai?
"Non amo le specializzazioni e i generi ben codificati. Scrivo per una fascia di età che sta fra i 2 e i 14 anni e dentro ci stanno la filastrocca, il racconto d’avventura, il romanzo di formazione e il testo divulgativo. Lo dico pensando a Rodari. Ho fatto anche qualche drammaturgia per il teatro ragazzi perché il teatro esprime tutta la capacità alla meraviglia nel modo più misterioso ed amabile. In scena si riescono davvero a realizzare, grazie alla vicinanza del corpo, fiabe dal vivo".
Quali sono gli ingredienti per una buona letteratura rivolta all’infanzia?
"Non ci sono. Serve avere un grande rispetto per l’infanzia e essere disposti a farsi sorprendere dai bambini. C’è troppa urgenza di dare loro una forma. Bisogna farli sentire accolti in un pensiero che ha riguardo nei loro confronti. Sono ottimi lettori non solo dei libri ma delle facce delle persone e degli animali. Stanno dentro a un grande teatro di cui sono narratori".