Da sinistra Oronzo Pugliese, Beppe Savoldi, Cesarino Cervellati e Giacomo Bulgarelli
Da sinistra Oronzo Pugliese, Beppe Savoldi, Cesarino Cervellati e Giacomo Bulgarelli

Bologna, 14 aprile 2018 - Se n'è andato con un colpo d’ala: ala destra, ovviamente, perché era quello, in campo, il suo territorio di caccia privilegiato. Anche se poi nella sua seconda vita Cesarino Cervellati si era ritagliato un non meno prezioso ruolo di pronto soccorso rossoblù della panchina: spesso partendo da ‘secondo’ toccava infatti a lui mettere rattoppi qua e là avvicendando colleghi, qualche volta raddrizzando la baracca, qualche volta fallendo la missione, ma nei secoli fedele alla causa, come si conviene a chi aveva il rossoblù stampato sulla pelle. 


Aletta piccola e sgusciante, viene da Baricella e cresce nel Tommasini, la squadra della ditta in cui lavora da ragazzino, da cui a sedici anni fa il salto verso il rossoblù. L’esordio è choccante, un Lazio-Bologna 8-2 datato 21 novembre 1948. Volano in quegli anni i sogni degli italiani, usciti stremati dalla guerra, mentre l’aereo del Grande Torino si schianterà, a quattro giornate dalla fine di quella stagione, sulla collina di Superga. In rossoblù invece ‘Cagaro’ spicca il volo. Lo chiamano affettuosamente così perché col suo fisico mingherlino non mette propriamente paura ai difensori avversari e qualche volta, sussurrano i maligni, ritrae la gamba. Forse per questo quando la squadra gioca al Comunale Cesarino riesce a dare il meglio di sé, specie duettando di fino con l’uruguaiano Josè Garcia, detto ‘Il Muchacho’: poesia calcistica allo stato puro. 

Ala destra dopo Biavati e prima di Perani, tanto per rendere il senso delle proporzioni. Per quattro volte, nelle sue 14 stagioni in rossoblù, va in doppia cifra, segno che oltre alla classe c’è anche il fiuto del gol. Nel 1961 c’è anche una Mitropa da alzare al cielo, che non è poco per un Bologna che in quegli anni non fa sfracelli. Dieci anni prima, il 6 maggio 1951 a Milano, aveva esordito in Nazionale nella gara pareggiata 0-0 con la Jugoslavia: collezionerà in tutto 6 presenze, perché il numero 7 azzurro in quegli anni è Ermes Muccinelli. 

A soli 31 anni, pagando dazio a ginocchia compromesse dall’usura, appende gli scarpini al chiodo e comincia subito ad assecondare la sua vocazione di allenatore d’emergenza. Fa l’apprendistato con Bernardini, che nell’anno del settimo scudetto sostituisce in panchina nelle settimane convulse del caso doping, e di lì in poi sarà l’assistente fedele dei vari Carniglia, Viani, Pugliese e Pesaola. 
Succede tutto tra l’inizio degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, quando ogni stagione che comincia Cesarino è lì, parcheggiato nel settore giovanile, sempre pronto a rispondere sì alla chiamata della prima squadra e pronto anche a fuggirsene a gambe levate da Cesena quando, nel 1969-70, lo chiamano in Romagna: nessuna cattiveria, semplicemente non era il suo mondo. Poiché al Bologna non sa dire no, gli tocca anche subire l’onta della prima retrocessione della storia rossoblù in C1, stagione 1982-83, dopo il patatrac (0-4) di Cremona. Lì cala il sipario sul pallone e comincia la sua terza vita, sempre discreta e lontano dai riflettori, nel buen retiro di Pontecchio.