Uno dei luoghi abbandonati
Uno dei luoghi abbandonati

Forlì, 17 maggio 2021 - In questi giorni riapre il centro visite nei locali dell’ex deposito Atr di Forlì, ma il Museo diffuso dell’abbandono’ (foto), in realtà, non ha chiuso mai. No, nessuna violazione delle norme anti Covid: è un museo che non può chiudere perché non ha biglietteria, né guardaroba e, in alcuni casi, nemmeno le pareti. Il progetto, nato dall’associazione forlivese ‘Spazi indecisi’, scelto tra le iniziative più meritevoli dalla Fondazione Italia Patria della Bellezza e segnalato dalla guida Lonely Planet, mappa in modo scrupoloso gli edifici dimenticati in Romagna. Al momento 68 tra conventi, ville, colonie marine, edifici industriali e chieseda esplorare in autonomia, facendosi guidare dal sito www.inloco.eu o dalla app gratuita che farà da traccia per il viaggio lungo sette itinerari tra Forlì, Ravenna, Imola, la Riviera e l’Appennino della Romagna Toscana. Al centro di Forlì, invece, disponibili le mappe cartacee con la storia dei luoghi e ricevere informazioni sui percorsi. 

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Francesco Tortori, cofondatore di Spazi indecisi, perché è nato il ‘Museo dell’abbandono’?

"L’obiettivo è di muovere le persone e invitarle a guardare in modo diverso il territorio, scoprendo caratteri che non conoscevano. Che appartengono a un passato non troppo lontano, ma che spesso rimane oscuro o monodimensionale".

Il vostro percorso include edifici fatiscenti, ruderi, fabbriche abbandonate… Nulla che ci si aspetterebbe di trovare in un museo.

"Il punto è proprio questo. Questi luoghi spesso non sono di pregio, non si troverà nessuna Cappella Sistina, ma già il solo fatto di includerli in un museo è uno stimolo a pensarli come patrimonio. Spesso lo fanno già le comunità locali che se ne prendono cura e, talvolta, operano per la riqualificazione".

La riqualificazione è l’obiettivo?

"No, l’obiettivo è stimolare domande. Le colonie abbandonate in Riviera: fanno pensare agli strascichi che ha lasciato una certa sfrenatezza del passato, e ci fanno riflettere sull’importanza di costruire con più lungimiranza. I più intraprendenti, magari associazioni locali, possono fare ragionamenti sul futuro, ma quei luoghi hanno un valore anche ora, così come sono".

Capaci di raccontare storie?

"Sì. Noi non possiamo agire sui muri, ma possiamo farlo sul patrimonio immateriale, raccogliendo racconti, storie di persone che sono cresciuti vicino a quel tale palazzo, hanno lavorato in quella certa fabbrica. Anche solo il vedere quei luoghi fa vibrare qualcosa di significativo, un’emozione, commozione oppure anche inquietudine. I luoghi abbandonati raccontano sempre cose importanti sul territorio in cui sorgono".

Cosa raccontano sulla Romagna?

"Tante cose diverse. Abbiamo già parlato delle discoteche, dei villini e dei parchi acquatici abbandonati della Riviera, ma c’è anche l’Appennino: qui i ruderi ci parlano dello spopolamento degli antichi borghi. Poi un ampio capitolo riguarda il Ventennio con le sue colonie, le grandi ville, le fabbriche di aerei militari, le case del fascio. A Ravenna abbiamo la darsena, l’avamposto industriale della città che ora sta pian piano riprendendo vita… Ogni tappa restituisce spessore a un periodo storico che spesso conosciamo privo delle sue sfumature".

Come avete selezionato i siti da inserire nel museo?

"Nel 2011 abbiamo lanciato una call: abbiamo chiesto di farci segnalazioni e di mandarci fotografie, e hanno aderito in tantissimi. Poi, tra tutti i luoghi, abbiamo scelto quelli con un valore di memoria più spiccato: non si può recuperare tutto, non avrebbe nemmeno senso, ma si può scegliere cosa del passato si vuole portare nel futuro".

La mappatura prosegue?

"Sì, ed è frutto di continue collaborazioni con realtà locali. Le mappe possono sempre venire modificate: un edificio può essere abbattuto, un altro riqualificato, ci possono essere nuovi abbandoni… Quella che scattiamo è una fotografia mossa, ma l’obiettivo è chiaro: mappare il patrimonio attraverso quello che ci ha lasciato e far sì che ci racconti la sua storia".