Profughi nella security ai concerti: "Non fu sfruttamento": tutti assolti. Madre e figlio nei guai solo per falso

Secondo le accuse gli indagati reclutavano attraverso i social clandestini da inviare per presidiare gli eventi. L’inchiesta era scattata nel 2019: aveva coinvolto anche il Modena Park di Vasco, con 220mila spettatori .

Profughi nella security ai concerti: "Non fu sfruttamento": tutti assolti. Madre e figlio nei guai solo per falso

Profughi nella security ai concerti: "Non fu sfruttamento": tutti assolti. Madre e figlio nei guai solo per falso

di Valentina Reggiani

L’inchiesta scattata nel 2019 aveva fatto ‘rumore’: secondo le accuse gli indagati reclutavano attraverso i social network clandestini, disoccupati e pregiudicati da inviare come security nei concerti, senza alcuna preparazione dunque ma, soprattutto, in condizioni di assoluto sfruttamento. Per farlo, sempre secondo le accuse, gli indagati creavano cartellini falsi affinchè gli ‘assoldati’ entrassero ai concerti, ingannando quindi la prefettura. Modus operandi – emerse dalle carte – adottato anche in occasione del Modena Park, voluto da Vasco per autocelebrare i suoi 40 anni di carriera con 220mila spettatori paganti. Eppure il tribunale di Reggio Emilia ha assolto tutti e quattro gli imputati dal reato di sfruttamento della manodopera mentre due di loro sono stati condannati per il reato di falso. Parliamo del processo con giudizio immediato scaturito dall’inchiesta ‘Security danger’ dei carabinieri di Reggio Emilia che vedeva alla sbarra Franca Ceglia e Damiano Leone, madre e figlio di 55 e 35 anni, di origine campana, ma domiciliati a Reggio Emilia così come i titolari di due società, la All Areas di Modena e la Sg di Imola, che organizzavano la security per i grandi eventi, poi interdetti dall’esercizio di attività imprenditoriale.

Secondo le accuse profughi, nomadi e pregiudicati, forniti di tesserini con falsi codici prefettizi, erano stati impiegati e sfruttati dagli imputati come "addetti alla sicurezza" nell’ambito di grandi concerti, tra cui il Modena Park. Madre e figlio, infatti, con la complicità delle società di sicurezza, in base a quanto ricostruito dai militari avevano reclutato almeno un centinaio di richiedenti asilo, sbarcati in Italia dalla Libia, privi di documenti e di qualsiasi competenza in materia di sicurezza proprio per impiegarli nei grandi eventi: la paga era di 6 euro all’ora per anche 15 ore di lavoro di fila. In occasione del Modena Park era stato appaltato il servizio di sicurezza per 45 postazioni, ovvero cento addetti. Pesanti i reati contestati al gruppo: intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro e falso.

Il castello accusatorio è però caduto in aula: il tribunale di Reggio Emilia, in composizione monocratica ha condannato figlio e madre rispettivamente a un anno e sette mesi e a due anni di reclusione per il reato di falso ma ha assolto tutti gli imputati dal reato di sfruttamento della manodopera, appunto, perchè il fatto non sussiste. In sostanza i lavoratori non sarebbero mai stati sfruttati. Soddisfazione è stata espressa dagli avvocati degli imputati, Tommaso Creola e Ferdinando Pulitanò insieme a Francesca Baricchi. "Dopo tanti anni siamo riusciti a dimostrare che non vi è stato alcun tipo di sfruttamento anzi, le condizioni di lavoro erano assolutamente congrue e conformi a quelle delle società che lavorano nei concerti". Alla prima udienza i presunti lavoratori impiegati in nero (sentiti nel corso delle indagini) non si erano presentati.