ALESSANDRO TRONCONE
Sport

"Lo scouting del Modena ai livelli della A"

L’osservatore Aldo Pecini parla della sua esperienza gialloblù: "Società strutturata e Rivetti mi ricorda il presidente Mantovani della Samp"

di Alessandro Troncone

Non è da tutti riuscire, per due volte nella vita, a fare delle proprie passioni un mestiere. Prima di diventare uno dei massimi esperti e tra i più importanti osservatori italiani, Aldo Pecini si è laureato in Lettere ed è stato professore. L’insegnamento era una vocazione, il calcio la madre delle passioni che gli ha permesso di crescere sotto ogni aspetto. Inizia a Firenze nel ‘92, poi Bologna, Chievo, Lazio, Inter, Torino, Parma, Zenit, Manchester City, Juventus e Napoli, fino al Modena dove da un anno è capo scouting.

Pecini, com’è nato il suo approdo?

"Mi contattò Vaira per chiedermi la disponibilità, ascoltai il progetto e già quello mi piacque molto, non ne ho mai fatto una questione di categoria, l’importante è potersi esprimere. Dopo aver incontrato i Rivetti, non ho potuto non accettare. Sono dei visionari, per quello che è il mio lavoro pensare al futuro è importante".

Il bilancio del suo primo anno di lavoro qui?

"Abbiamo lavorato tanto e visto quasi mille partite. Siamo molto strutturati a livello di scouting, spesso nemmeno in A ho trovato tale organizzazione. Copriamo tutta l’Italia e io ogni tanto vado all’estero. Con me lavorano persone brave e umanamente di spessore".

Ha trovato nuovi talenti?

"Abbiamo visto cose interessanti. Anche dei 2004, 2005... nell’ottica di costruire un futuro soprattutto italiano, la proprietà ci tiene. Nel nostro database c’è qualche nome".

La sua scoperta più bella?

"Su due piedi, dico Julio Cesar. Mancini mi chiese di trovargli un portiere, andai a vedere 2 o 3 volte, venni a sapere dai giornali portoghesi che stava per andare al Chelsea o al Porto, era in scadenza di contratto e così chiamai Mancini per dirgli che avremmo dovuto prenderlo subito, anche lui non ci pensò due volte".

Lei provò anche a portare Henry alla Fiorentina...

"Lo vidi all’Europeo del 1996, così come vidi tanti altri fuoriclasse come Trezeguet, Anelka... non era poi così difficile notarli. Ma bisogna trovarsi sui campi per cercare i calciatori bravi".

L’esperienza che più l’ha arricchita?

"Mi sono trovato bene ovunque, che siano stati top team o non di primissima fascia, ad esempio al Chievo ho lavorato meglio paradossalmente. Le esperienze all’estero mi hanno dato tanto, allo Zenit e al City. Ti accorgi di un altro modo di vedere".

In questo calcio, Carlo Rivetti che personaggio le pare?

"Lui è unico. Mi verrebbe da paragonarlo al presidente Mantovani della Sampdoria, ci vedo quell’aspetto umano, quel voler creare una famiglia come priorità oltre agli investimenti. Pensi che quando lo incontrai, dopo il mio colloquio con Vaira e l’ad Matteo Rivetti, non volle parlare di contratto e mi strinse semplicemente la mano. Fu il mio primo accordo firmato con una stretta di mano".

Come si sceglie un giovane per il Modena?

"Non c’è un identikit. Si può scegliere sia chi è reduce da un’esperienza importante come Bonfanti, sia chi magari si è formato in categorie inferiori come Giovannini".

Ha ancora un sogno lei?

"Sono contento così. Modena mi ha ridato entusiasmo. Questa è una grande piazza che con la C non aveva nulla a che fare".