L’indimenticabile banchetto del 1373. Capponi, capretti, maiali e mille uova

Galeotto I Malatesti a Fano organizzò un pranzo costosissimo per le nozze dei parenti. La “lista della spesa“ è arrivata fino a noi. Capponi, polli, capretti e maiale erano lessati o arrostiti e aromatizzati con pepe, garofani, cannella, zafferano, noce moscata.

L’indimenticabile banchetto del 1373. Capponi, capretti, maiali e mille uova

L’indimenticabile banchetto del 1373. Capponi, capretti, maiali e mille uova

“L’uomo è ciò che mangia”. Prendendo impropriamente a prestito la famosa definizione di Feuerbach, possiamo dire che Galeotto I Malatesti, signore di Fano dal 1355, esercitava il suo potere anche attraverso l’opulenza del cibo. Lo si viene a sapere grazie al Centro Studi Malatestiani che in un recente convegno ha illustrato il registro n. 2 della serie “Codici Malatestiani” che con pignoleria descrive le “massarie” impiegate per il pranzo di nozze tra la veronese Elisabetta della Signoria dei Bevilacqua e il nobile Gentile da Varano, parente dei signori di Fano.

Banchetto svoltosi il 14 maggio 1373, e illustrato in tutti i suoi aspetti dagli studiosi Anna Falcioni, Massimo Ciambotti per la parte di contabilità medievale, Cecilia Prete per i fasti nella vita di corte, Rodolfo Battistini per i riti nuziali. Ospitare un matrimonio, come nel caso di Galeotto I Malatesti "non era solo un segno di generosa liberalità verso gli ospiti – dice la presidente del Centro studi Anna Falcioni – ma anche di capacità economica e potere. Esprimeva i rapporti di forza che si disegnavano fra le varie signorie italia".

Il banchetto – svoltosi nelle sale dove oggi ci sono gli uffici delle Fondazione Carifano – gli ospiti rigorosamente seduti spalle al muro, fu fastoso e la partecipazione di vari Signori della penisola enorme, come dimostrano gli acquisti. Il registro dice che il 9 maggio ci furono spese relative a un centinaio di capponi, 170 polli, 4 paia di galline, 5 paia di piccioni e una trentina di capretti, nonché per lo stallatico di circa 200 cavalli (a 12 denari per ognuno), per 56 some di paglia, per 15 some d’orzo, 11 some di spelta.

Nei giorni successivi: 256 libbre di carne di porco “de quello de Sancto Antonio” (pari a kg. 85 circa), una misura di sale (1/2 di una soma), 85 libbre di lardo a 1 bolognino la libbra, olio a lire 5 alla soma, un migliaio di uova, formaggi, 36 libbre di mandorle macinate, aceto e frutta, un centinaio di arance, una soma di mele. Non stupiscano le 1.000 uova. "La predilezione per il giallo, che si traduceva in un largo impiego di tuorli d’uova e zafferano e in tecniche di cottura, quali la frittura e la doratura – dice Anna Falcioni – era un tratto distintivo della cucina medievale, una sorta di riscontro gastronomico dei fondi dorati della pittura dell’epoca, il giallo era simbolo di eternità incorruttibile. Accanto al giallo il bianco era molto presente come simbolo di purezza".

Il pesce veniva da Rimini, Pesaro oltre che dal porto di Fano: 16 libbre di tinche e lucci, 159 libbre di pesce da lessare e 317 libbre di pesce da friggere più una quindicina di gamberi per un totale di circa kg. 165. Poi il vino trebbiano: 2 vaselli, uno del valore di lire 6 e l’altro da 8 lire, una botte da 18 lire, un caratello di 7 some. Il pranzo di nozze prevedeva come primo zuppe varie condite con olio o lardo, aromatizzate da erbe e spezie con pane tagliato a fette sottili.

Le portate di carne e di pesce erano cucinate in vari modi: capponi e polli, capretti e carne di maiale lessati o arrostiti allo spiedo, sempre speziate da pepe, garofani, cannella, zafferano, noce moscata. Il pesce fu preparato lessato, arrostito, ai ferri o nelle teglie. Le frittate combinate con erbe, pancetta e formaggi. La frutta era rappresentata da mele, ciliegie, arance, limoncelli. Infine i dolci: 13 libbre e mezzo di confetti, 22 libbre e mezzo di pinnocchiata (dolce a base di pinoli), 13 libbre e mezzo di cedrata, 61 libbre di mandorle, 10 libbre di riso e 12 di zucchero a soldi 19 la libbra, uva passa e vino di mele. Ad “allegrare” il banchetto luculliano pifferi, cantori e buffoni di corte. In realtà Galeotto I non era un gran mangione – "ma un grande orchestratore, che mostrava il suo potere attraverso scenografie conviviali" aggiunge Anna Falcioni – e pure magnanimo visto che le scorte avanzate furono distribuite al popolo fanese.