Pesaro, 7 settembre 2018 - Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna. Un aforisma cui si fa spesso ricorso, a volte anche in maniera impropria. Ma nel caso di Luciano Pavarotti e Adua Veroni, la citazione appare quanto mai azzeccata. Già perché la prima moglie del cantante, 41 anni vissuti al fianco (meglio all’ombra) del tenorissimo, è stata, ed è ancora oggi, una grande donna. A 11 anni esatti dalla scomparsa, Auda Veroni, compagna di vita e madre delle prime tre figlie di Big Luciano (Lorenza, Cristina e Giuliana), dopo anni di riservatezza ha deciso di ricordare pubblicamente l’ex marito.

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Lo farà nel corso di un convegno organizzato dall’amico comune Stefano Gottin, intitolato ‘Luciano Pavarotti, le ragioni di un mito’ che si terrà sabato 8 con inizio alle 17,15 a Palazzo Montani Antaldi. Il tema del suo intervento del resto è piuttosto esplicativo: "Da una vita normale allo star system: essere moglie e agente di Luciano Pavarotti". Già perché Adua Veroni è stata la prima agente teatrale del maestro e, pur stonata è stata una grande talent scout della musica lirica.

Signora Adua, cosa significa essere la moglie di un mito come Pavarotti?
"Significa dover dedicare totalmente la tua vita ad un uomo che ad un certo punto della sua carriera è arrivato a diventare un mito, un’icona. Una cosa che ti stravolge la vita, che ti mette a dura prova sotto ogni punto di vista".

Ci faccia qualche esempio.
"Lei non sa a quante lettere dei fan ho dovuto rispondere personalmente (allora non c’erano mail o sms); ho ancora in soffitta bauli pieni di quelle corrispondenze. E poi a quante telefonate di agenti e teatri di tutto il mondo ho dovuto rispondere anche nel pieno della notte per via dei fusi orari. Quante valigie ho fatto e sfatto in tanti anni di tournée e concerti".

E questo ha inciso sulla vostra vita sentimentale?
"Certo, è inevitabile. Oltre ai mille impegni, eravamo sempre in mezzo a tante persone; amici, artisti, ammiratori. Non c’era un attimo di intimità. La privacy non sapevamo più cosa fosse".

Poi è arrivata la storia con Nicoletta Mantovani.
"E’ stato un momento difficile per la mia vita. E’ stato un brutto colpo e per qualche aspetto anche il completamento di una trasformazione di Luciano. Era diventato un mito e lo sapeva. Si era circondato di un sacco di gente. Insomma era cambiato irrimediabilmente".

Eppure tra voi c’è stato una sorta di riavvicinamento.
"Sì nell’ultima parte della sua vita, quando la malattia lo aveva ormai aggredito. Mi ha ricercato e io, per quel che ho potuto, gli sono stata vicino".

Il vostro ricordo di Pesaro.
"Era il nostro buen retiro. Qui abbiamo passato i momenti più belli e sereni della vita. Luciano amava Pesaro e la sua casa sul San Bartolo. Dal 1972 non ci siamo più mossi e abbiamo passato gran parte delle estati e dei suoi periodi di riposo qui. La nostra casa era sempre piena di amici con la tavola sempre imbandita. A Luciano piaceva così".

E Modena?
"A differenza di Pesaro, che lo ha subito ospitato e celebrato, a Modena si sono accorti di lui solo quando era già diventato famoso".

Ha mai approvato la sua svolta pop?
"Non è servita a granché. Non era il suo genere e non è riuscito a far avvicinare i giovani alla lirica".

E i tre tenori?
"Un’operazione geniale e non solo dal punto di vista commerciale".