MEDICINA (Bologna)

PUÒ CAPITARE, nel cuore di un distretto che ha fatto del packaging uno stile di vita, che il tradizionale rapporto fra contenuto e contenitore si inverta, con il libro che – contrariamente al proverbio – spesso viene giudicato proprio dalla copertina. E fabbricare gli involucri che nobilitano il lavoro dell’industria, nella pianura bolognese, è compito di aziende come lo Scatolificio Medicinese, guidato ora dai fratelli Cristina e Andrea Tullini, seconda generazione della famiglia dei fondatori.

DUE TITOLARI giovani e motivati, ma con alle spalle una solida tradizione. «La fabbrica è nata nel 1974, come una piccola azienda familiare sorta dall’impegno di nostro padre, Maurizio, e dei suoi fratelli, Ezio e Gaetano. Noi siamo arrivati nel 2006, affiancando prima nostro padre e rilevando poi, nel 2010, la quota dell’ultimo zio rimasto in vita. Abbiamo fatto la gavetta mentre la salute di nostro padre già vacillava e, quando è mancato, ci siamo fatti trovare pronti».

Il vostro arrivo, tra l’altro, ha cambiato molte cose.
«Pur rispettando profondamente quanto abbiamo imparato, noi non abbiamo mai voluto lavorare esattamente come facevano i nostri predecessori e questo, assieme al know-how informatico e gestionale moderno che per fortuna possediamo, ha fatto aumentare considerevolmente i volumi di produzione e allargare i nostri orizzonti, con l’arrivo di clienti importanti e lo sviluppo di soluzioni grafiche e tecniche raffinate, prima impensabili».

Come siete riusciti a tenere la barra dritta nel mezzo di una congiuntura tanto complicata?
«Abbiamo applicato gli insegnamenti dei nostri genitori mettendoci del nostro, sicuri che con l’impegno quotidiano e i costanti sforzi di investimento la crisi, prima o poi, ce la saremmo lasciata alle spalle. Nel 2017 inoltre abbiamo completato il processo di cambiamento acquistando una macchina innovativa che ci è costata quasi la metà del nostro fatturato, con quel pizzico di follia che serve a rendere ciò che fai migliore di ciò che fanno gli altri».

La qualità del prodotto, alla fine, marca sempre una certa differenza.
«È proprio per realizzare qualcosa che prima qui non poteva nascere che ci siamo lanciati in questo investimento che ci ha permesso, grazie alla tecnologia digitale di ultima generazione integrata nel nuovo macchinario, di far uscire dalla linea degli imballaggi ‘comunicativi’ ma sempre in grado di interfacciarsi con gli impianti logistici della grande distribuzione. Questo, tra l’altro, in tempi mai così brevi».

Come gestite il rapporto con chi lavora con voi? Gli operai condividono le vostre stesse ambizioni?
«Amiamo molto chi lavora con noi e, dai dipendenti di più vecchio corso ai nuovi assunti, coinvolgiamo tutti in occasioni di svago collettive: dalle cene insieme ai giochi di gruppo, per cementare ancora di più un rapporto già sereno. Tra l’altro, il ricorso alla tecnologia per monitorare ed efficientare la produzione, che all’inizio preoccupava più di qualcuno, ha finito per rendere tutti più produttivi e concentrati, come riteniamo di essere anche noi due».