Brescello (Reggio Emilia), 25 settembre 2014 - «Ieri sera dopo la Corte Marziale del Pd, e corte marziale è poco, mio figlio era distrutto e addolorato e temiamo che la sua salute ne risenta». Ermes Coffrini non solo è un ex sindaco e un avvocato di fama, ma anche un padre in ansia per la salute di suo figlio, Marcello Coffrini, finito nell’occhio del ciclone per le sue improvvide dichiarazioni sul condannato per mafia Francesco Grande Aracri.

Avvocato Coffrini come sta vivendo questi momenti, sicuramente difficili per suo figlio?
«Guardi, sono stato accusato 15 anni fa di aver detto le stesse cose che ripete oggi mio figlio. Solo che quando le ho dette io, non ci fu nessun problema».

Ma esiste un problema ndrangheta a Brescello?
«Allora, intendiamoci bene. Che ci sia una forte comunità calabrese a Brescello, è assodato. Che ci siano soggetti di dubbia provenienza, è altrettanto un fatto. Desumere che Brescello sia un paese di ndrangheta, come si dice da anni, è un errore».

In che senso?
«Anni fa ci fu un omicidio: venne ucciso un calabrese e si scoprì in seguito che erano stati altri calabresi, travestiti da forze dell’ordine, a sparare. Ma si tratta di fenomeni che non sono estesi».

Non le sembra di minimizzare il problema?
«No, di fronte a questi episodi si resta sconvolti, perplessi. Ma altri episodi non ci sono stati. Fatti di speculazioni o estorsione non ce ne sono. Negli appalti non ci sono infiltrazioni».

Può quindi dire, anche dall’alto della sua esperienza di 19 anni da sindaco di Brescello, che la ndrangheta lì non è un problema?
«Posso dire questo: chi dice che la zona è fortemente infiltrata è smentito dai fatti».

Pensa quindi che suo figlio non abbia detto cose sostanzialmente sbagliate?
«Marcello ha sbagliato, quelle parole le ha dette ingenuamente, si è fatto abbindolare».

Se incontrasse Grande Aracri per strada?
«Se si incontra una persona per strada e ti saluta, per banale cortesia e senso civico si risponde al saluto. Una stretta di mano non è una compromissione».

Il Pd è stato troppo duro con suo figlio?
«Ieri sera in comune si sono riunite almeno cento persone per dare solidarietà a mio figlio. Ieri mattina in paese c’era gente che piangeva per le accuse al sindaco. Io sono iscritto al Pd e non uscirò, farò sentire la mia voce».

I sindaci hanno attaccato in modo veemente le parole di suo figlio.
«E’ una ruota che gira, questi fatti accadranno anche in altri comuni. E allora cosa diremo, che sono tutti comuni mafiosi?»

Qualche anno fa lei si scagliò contro un bar che aveva esposto un cartello per denunciare presunti tentativi di infiltrazioni.
«Glielo dico io, altro che mafia: quella era una storia di corna. Feci togliere quel cartello».

Per questo dice che già anni fa le furono fatti gli addebiti che oggi vengono rivolti a suo figlio?
«No, mi riferisco a un altro episodio. Grande Aracri ancora non era stato condannato. Avevo bisogno di fare lavori a casa mia e diedi un incarico ad una impresa. Fu così che tra i muratori mi trovai a casa Francesco Grande Aracri. Lavorava normalmente, non diede problemi. Oggi c’è una condanna definitiva, la situazione è ben diversa».

Avrebbe fatto l’intervista a Cortocircuito?
«Non avrei fatto l’intervista e nemmeno li avrei accompagnati. Le dico una cosa. Qualche tempo fa ero in sala d’attesa in un ambulatorio. Sento che qualcuno mi saluta: era Grande Aracri. Mi chiede: come va? E io a mio volta gli ho chiesto come stava. Ma cosa avrei dovuto fare? Queste sono cose minime di civiltà. Io con la sua fammiglia non ho rapporti».

Ora cosa farete?
«Lasceremo sbollire gli animi, faremo passare un po’ di tempo e poi organizzeremo a Brescello una bella iniziativa antimafia».