Reggio Emilia, 2 febbraio 2015 - Aveva fatto lavori «senza contattare Blasco»: per questo gli era stato bruciato il tetto di un edificio in costruzione in via Mascagni 9. «In seguito, Olivo si rivolse alla Bmb».

Anche l’ex consigliere comunale del Pd Antonio Olivo, originario di Cutro, ma reggiano d’adozione, è tirato in ballo nelle carte dell’operazione Aemilia, per un attentato incendiario che ha subito. Occorre sottolineare che Olivo non è indagato.

A fare il suo nome è un testimone, che è stato nella società Bmb con Gaetano Blasco, arrestato in Germania per associazione mafiosa. La ditta è attiva nel settore dell’edilizia e, in particolare, nella costruzione di tetti.

I due si erano scontrati per la gestione di Blasco, che – secondo la testimonianza del socio – faceva acquisti non coperti ed emetteva false fatturazioni.

Il socio ha riferito agli inquirenti quello che lo stesso Blasco gli avrebbe detto su diversi incendi dolosi di tetti nei cantieri edili reggiani.

«In merito ai predetti cantieri – racconta il testimone – preciso che il primo si trovava a Reggio, nei pressi della caserma dei vigili del fuoco, ed era di proprietà di tale Antonio Olivo, un imprenditore edile cutrese, che aveva eseguito i lavori senza contattare Blasco». Il testimone aggiunge: «Il giorno dopo, Blasco mi accompagnò sul cantiere per mostrarmi l’incendio e mi disse chiaramente che era stato lui a bruciare il tetto, rammaricandosi perché il fuoco non aveva preso bene e meravigliandosi per il materiale utilizzato nella costruzione. In effetti i danni non erano particolarmente visibili e Blasco spiegò che l’incendio era stato appiccato nella parte posteriore del tetto, la più lontana rispetto alla nostra posizione. In seguito, Olivo si rivolse alla Bmb per la costruzione di un paio di tetti in altri cantieri».

L’incendio è avvenuto nel novembre del 2005 e viene contestato nel capo di imputazione a Blasco. «Olivo – continua il testimone – si candidò alle elezioni amministrative per il Comune di Reggio e ricordo che la comunità cutrese si adoperò per sponsorizzarne la candidatura. Non so dire se poi venne eletto». Il testimone racconta poi di aver denunciato Blasco per le irregolarità relative alla Bmb, dove il testimone ci ha perso molti soldi.

«In merito alla denuncia presentata – continua nel suo racconto il testimone per far capire l’ambiente in cui agiva Blasco – dopo circa un anno fui avvicinato da un imprenditore cutrese che mi chiese se mi fossi fatto “pentito”. Io gli chiesi spiegazione della sua frase, chiarendo i motivi per i quali avevo fatto denuncia e di tutti guai che stavo passando per colpa di Blasco. Quel cutrese alla fine non mi disse niente e lasciò cadere la cosa». La minaccia si ferma lì, ma il testimone mostra un’assoluta consapevolezza della pericolosità delle persona che ha di fronte, tanto che, nell’ambito della denuncia, sottolinea: «Preferisco non fare il nome di quel cutrese onde evitare che la situazione degeneri ulteriormente. Ho paura di eventuali ritorsioni e se inizio “a parlare più del dovuto”, potrei essere costretto a lasciare l’Italia».

Questa frase mostra la forza intimidatoria del sodalizio mafioso come, del resto, anche quella successiva, dove si parla di Blasco.

«La mia mail si conclude con la frase “ho rischiato la pelle fino ad ora!”, perché ho timore di ritorsioni da parte di Blasco Gaetano, che è sicuramente un violento ed ha la disponibilità di armi».