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13 apr 2022

Il cielo in una stanza, lo spettacolo è Planetario

Stefano Giovanardi, riminese, astronomo e curatore scientifico della rinnovata struttura di Roma

Stefano Giovanardi
Stefano Giovanardi
Stefano Giovanardi

Vorrebbe che i grandi della Terra, attualmente impegnati nei faticosi negoziati per la risoluzione del conflitto russo-ucraino, facessero visita a un planetario, per ammirare il nostro pianeta visto dallo spazio: "solo così si renderebbero conto", dice Stefano Giovanardi, riminese, astronomo e curatore scientifico del Planetario di Roma, "della sua sconsolante piccolezza e fragilità rispetto all’infinità dell’universo". Chiuso da più di otto anni per lavori di manutenzione, il planetario della capitale riaprirà finalmente le sue porte, in una veste completamente rinnovata, il 22 aprile prossimo.

Giovanardi, in questi anni come siete riusciti a portare avanti le attività didattiche e di divulgazione?

"In forma nomade e ridotta, con un piccolo planetario gonfiabile. Nel 2017 ci siamo spostati all’ex dogana di San Lorenzo, dove ci è stato messo a disposizione un planetario digitale. Poi è arrivata la pandemia e abbiamo dovuto ripiegare sulla modalità online".

Quando fu inaugurato, nel 1928, quello romano era il planetario più grande d’Europa. Quali novità aspettano i visitatori dalla riapertura?

"Un sistema di videoproiettori ad alto contrasto e con risoluzione 4K sarà in grado di ricostruire, con notevole realismo, la superficie dei pianeti e di spingersi tra nebulose e galassie lontane. La digitalizzazione renderà possibile anche l’aggiornamento in tempo reale dell’archivio dati".

Annunciando la riapertura del planetario, avete parlato di un ‘teatro astronomico’, capace di contenere eventi che mescolano scienza, storia e musica.

"Ora più che mai, sono convinto che il planetario rivesta un ruolo sociale molto importante. Offre a tutti i cittadini la possibilità di conoscere il cielo e l’universo e di prendere consapevolezza del nostro posto nel cosmo. E consente di vivere un’esperienza emotiva potente, che può rafforzare, tra l’altro, il racconto della crisi climatica in atto nel nostro pianeta".

Da Rimini alle stelle: com’è approdato al planetario di Roma?

"Dopo la laurea in astronomia a Bologna, nel 1996 sono volato negli Usa e ci sono rimasto fino al 2001. Prima sono stato a Baltimora, per fare ricerca sul famoso telescopio Hubble, poi a New York, alla Columbia University. In quegli anni ho scoperto il mio amore per la divulgazione scientifica".

Cos’è successo poi?

"Una volta rientrato in Italia, mi sono iscritto al master in Comunicazione scientifica dell’università di Trieste e mi sono spostato a Roma. Lavoro al planetario dal 2004".

In Riviera manca un planetario di dimensioni rilevanti.

"Ci sono solo due piccoli planetari a Riccione e Ravenna. Inviterei il sindaco a pensare a un planetario come spazio versatile, in grado di arricchire un’offerta scientifica ancora piuttosto scarsa".

Maddalena de Franchis

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