Bologna, 21 luglio 2015 - A volere parlare difficile, l’invenzione delle invenzioni, in casa Phenbiox, si chiama ‘bioliquefazione’. L’hanno scoperta nel 2006 tre giovani ricercatori del dipartimento di Chimica industriale. Fin qui nulla di straordinario, se non il fatto che, 10 anni dopo, quell’invenzione non è rimasta ‘pagina gialla’ su una tesi di dottorato ma ha dato vita a un’azienda in grado di fatturare 750mila euro all’anno.

Alessandro Filippini, c’è un altro particolare interessante: su cosa lavorate?

«Scarti dell’industria alimentare».

Nello specifico?

«Bucce d’uva, sansa da frantoio, resti di pomodori, gusci di noci».

Spazzatura.

«O ricchezza».

Voi cosa ne fate?

«Estraiamo la ‘chimica’ che c’è ancora e che si può sfruttare e ne facciamo ingredienti per l’industria cosmetica».

Oggi non c’è un prodotto di bellezza che non vanti un estratto naturale. Ma dieci anni fa?

«In effetti era più complicato spiegare alle aziende il valore dei principi attivi naturali e vegetali. Ma la vera svolta non fu quella».

C’entra la bioliquefazione?

«Esatto».

Allora è giunto il momento di spiegare di che si tratta.

«Vede, la gran parte dei principi attivi è frutto di una sintesi di laboratorio. La novità della bioliquefazione sta nel non procedere per estrazione ma per diluizione: una serie di enzimi trasformano in liquido la sostanza molecolare, permettendo di recuperare molta più materia e soprattutto senza alterarla né rovinarla. In un colpo solo migliora la qualità e la quantità di ciò che ottieni».

A quel punto bisognava trovare la materia prima, giusto?

«Quello non è mai stato un problema. Consideri che per un’azienda alimentare gli scarti, anche naturali, hanno un costo di smaltimento».

Da chi avete bussato per primi?

«Un’azienda vitivinicola modenese ci ha fornito le bucce d’uva. Oggi abbiamo una rete di fornitori più ampia, sempre locale».

Nascere all’interno dell’Università è stato un lusso o una sfortuna?

«Un grande vantaggio. Ci guadagnano entrambi, a dire il vero: noi, effettuando ancora qui la ricerca, usufruiamo di laboratori all’avanguardia che riprodurre in azienda sarebbe costosissimo. E soprattutto ci avvantaggiamo del contatto costante col mondo accademico e della ricerca. Loro vedono trasformarsi in royalties, ovvero, un tornaconto economico, il fatturato che noi generiamo grazie alla ricerca fatta qui. Ma non dimentichiamo il grande aiuto avuto, in fase iniziale, anche da Cnr e Regione».

Quella è la spinta iniziale. E oggi, quanto correte?

«Produciamo circa 100 tonnellate di prodotto finito all’anno, con 17 principi attivi estratti. Nei 30 Paesi dove esportiamo abbiamo a che fare con i giganti del settore, e già questa è una bella soddisfazione».