Ferrara, 12 novembre 2017 - È sfuggito per miracolo ai tagliagole di Boko Haram ed è scampato alle insidie del deserto e ai pericoli del mare. Samuel, nigeriano di trent’anni (il nome è di fantasia, per tutelarne l’identità), una volta toccato il suolo italiano pensava di essere al sicuro. Cosa può succederti nella tranquilla e accogliente Ferrara? E invece, l’arrivo nella città estense per lui è stato un percorso ad ostacoli tra diversi gruppi criminali (connazionali e non) che, con fare intimidatorio, cercavano di arruolarlo come manovalanza per i propri traffici. Un pressing che, in alcune occasioni, è sfociato in pesanti minacce. Perché in zona stazione, giura Samuel, «la criminalità organizzata nigeriana c’è». Si sente e si vede, per chi ha occhi e orecchi per percepirla. E fa paura.

«Io non voglio più avere a che fare con i miei connazionali, a meno che non sia gente che conosco bene e di cui mi fido – confida il nigeriano –. Ci sono persone buone, è vero, ma anche tantissimi cattivi. Sono criminali. Io, da chi non conosco, non accetto più nemmeno un pezzo di pane». Oggi Samuel ha ottenuto la protezione umanitaria e conduce una vita normale. Ma i primi mesi dal suo arrivo sono stati durissimi. «Mi avvicinavano dei ragazzi nigeriani, soprattutto in zona stazione – racconta il trentenne –. Mi dicevano che dovevo fumare droga. Mi suggerivano di smettere di cercare lavoro. Se avessi spacciato per loro, mi dicevano, non avrei più avuto problemi economici». Ma Samuel è un ragazzo con la testa sulle spalle e nei giri loschi non ci vuole entrare. «Non ho mai usato droga e non voglio averci nulla a che fare», afferma protendendo le mani in avanti, come per tenere lontano da sé un pericolo che vede ancora tanto, troppo vicino.

Ma non è tutto. Samuel racconta di romeni che gli hanno proposto di lavorare per loro come questuante. «Io chiedevo l’elemosina davanti a un supermercato – ricorda –. Un giorno sono venuti e mi hanno detto di chiedere i soldi per loro. Insistevano, ma io ho rifiutato». La terza testa dell’Idra criminale che incombe sul quartiere Giardino è lo sfruttamento della prostituzione. Anche Samuel, così come tanti altri connazionali sbarcati qui come richiedenti asilo, è stato avvicinato dai burattinai di questo business, sempre alla ricerca di nuovi ‘soldati’. Molti di essi, stando ai racconti del trentenne, fanno capo a una setta molto radicata nel Paese africano. Si fanno chiamare gli ‘Illuminati’. «Tra loro c’è gente che si sballa assumendo droghe e pratica riti voodoo – assicura Samuel –. Fanno prostituire le ragazze». Anche loro hanno cercato di irretirlo, ma lui ha detto ‘no’. Insomma, il giovane straniero ha resistito in più occasioni al canto delle sirene del male e da allora preferisce stare alla larga da certe zone della città. «In stazione non ci vado più – confida –. Non voglio più incontrare quelle persone».

Il capitolo ferrarese è solo la punta dell’iceberg del vissuto difficile di Samuel. La sua calata agli inferi inizia nel 2013, in Nigeria. Rimasto orfano da piccolo, Samuel viene cresciuto dalla zia, in un villaggio cristiano nella zona a maggioranza musulmana di Maiduguri (nel nord est del Paese). La stessa area in cui, tra l’altro, nel 2002 è nato il movimento fondamentalista islamico Boko Haram. E sono proprio i miliziani jihadisti a mandare in pezzi la sua vita, un giorno come tanti. «Stavo tornando a casa dopo essere stato a trovare un amico – ricorda –. Ad un tratto, Boko Haram ha attaccato il villaggio. Mi hanno sparato. Da quel momento non ricordo più nulla. Mi sono risvegliato dal coma tre giorni dopo, in un ospedale del Niger. Lì, mi hanno detto cosa era successo. Casa mia era stata incendiata, con mia zia dentro». Da quel momento, Samuel entra in un tunnel di disperazione. Sta male, mangia pochissimo. Si riprende a fatica dalle lesioni riportate, delle quali porta ancora i segni su tutto il corpo. Le sue braccia e le sue gambe sono martoriate dalle ferite di arma da fuoco. Stimmate che lo riportano continuamente a quel giorno di sangue, nel quale ha perso tutto. Dal Niger, il trentenne si unisce alla tragica carovana dei trafficanti di uomini. Attraverso il deserto fino alla Libia, e poi il grande balzo. Finalmente la Sicilia. Da lì Bologna e infine Ferrara.

Nella città estense Samuel non incontra solo persone senza scrupoli pronte ad approfittarsi di lui, ma anche amici sinceri. Una donna lo prende sotto la sua ala protettrice e lo appoggia nel suo percorso di ritorno dall’inferno nel quale era precipitato. Lo segue nel suo percorso per ottenere la protezione umanitaria e poi, una volta concluso con successo l’iter, lo aiuta a trovarsi un lavoro e a costruirsi una nuova vita. Giuliano Zanotti, presidente dell’Associazione Residenti Gad e medico di base, lo sta assistendo dal punto di vista sanitario, per una grave condizione post traumatica legata al suo passato. Due mani tese nel buio, che da mesi stanno aiutando un giovane a uscire da un abisso di violenza dal quale non sembrava esserci ritorno.