Reggio Emilia, 2 febbraio 2016 - «Lei è fortunato sindaco, non sa quanto!» Dal carcere arriva alla redazione del Carlino una lunga lettera indirizzata al sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi e consegnata a mano dal suo avvocato Luigi Antonio Comberiati. La scrive Pasquale Brescia, 48 anni, residente a Reggio Emilia, ma ora ristretto in una cella della Dozza, a Bologna, con l’accusa di associazione mafiosa. Un anno fa è finito nel blitz dell’operazione Aemilia, che ha sgominato la cosca di ’ndrangheta Grande Aracri di Cutro, attiva e autonoma in tutta l’Emilia.

Una missiva che ha destato forte allarme in Municipio, dove si sono precipitate le forze dell’ordine. Il sindaco l’ha interpretata come una minaccia e ha annunciato che farà querela. La lettera è già stata sequestrata dai carabinieri e oggi si riunirà il comitato per l’ordine e la sicurezza: non si escludono provvedimenti di tutela per Vecchi.

Brescia ha deciso di scrivere a seguito della notizia che la moglie di Vecchi, dirigente all’urbanistica prima a Reggio Emilia e ora a Modena, ha comprato casa tre anni prima da un altro arrestato nell’operazione. Ma il sindaco, per un anno, non ha detto nulla. Secondo Brescia, il sindaco non avrebbe nessuna responsabilità per quanto riguarda l’acquisto della casa: «Poteva non sapere». Tuttavia Vecchi dovrebbe dimettersi, perché non sarebbe «intellettualmente onesto». Brescia lo accusa di aver cominciato a difendere i cutresi solo ora che è stata attaccata la moglie, originaria appunto del paese della Calabria, nel Crotonese. Secondo Brescia, sono otto anni che i calabresi vengono ghettizzati come ebrei «in Germania ai tempi di Hitler», ma fino a ora non ha detto nulla per difenderli.

L’assunto della missiva di cinque pagine manoscritte è che i cutresi siano additati di mafiosità solo per la loro origine geografica, anche coloro che abitano qui da cinquant’anni. Si fa riferimento al fatto che, in alcune ricostruzioni della mafia in Emilia, ci sarebbero state generalizzazioni, come il fatto di associare tutti gli operai edili alla figura del vecchio boss Antonio Dragone. A quel punto Brescia chiama in causa i parenti della moglie del sindaco, anch’essi emigrati a Reggio Emilia in quegli anni. Si chiede se quindi anch’essi siano da considerare in relazione alla figura di Dragone.

Secondo Brescia non dovrebbe essere così, come non lo dovrebbe essere per tutti gli altri cutresi. Ma in questo caso il sindaco «è fortunato» perché sua moglie avrebbe avuto un trattamento differente. Lei lavora nel pubblico nonostante nella sua famiglia ci siano, secondo Brescia, elementi ritenuti controindicati. Per un ‘normale’ calabrese queste parentele sarebbero sufficienti per ricevere un provvedimento antimafia del prefetto che li escluda dagli appalti pubblici.

Brescia parla di ‘precedenti penali’ ed esclusioni dalla white list per la ricostruzione del dopo terremoto di parenti della Sergio, gli stessi che le avrebbero ultimato la casa. Ricorda anche il funerale del suocero del sindaco, dicendo di essere stato lui stesso presente «così come tanti altri imputati del processo Aemilia» e cita alcuni dei nomi dei presunti esponenti di vertice della cosca. Tornando a chiedere le dimissioni di Vecchi, l’imputato cita a paragone il comportamento dell’ex sindaco di Reggio e attuale ministro Graziano Delrio che, a suo tempo, «andò dal prefetto De Miro per tutelare i cutresi dalla criminalizzazione mediatica». Nella lettera c’è poi un riferimento alla campagna elettorale di Vecchi dove in un circolo cittadino avrebbe fatto promesse e stretto mani. «A chi c’era in quei circoli – si chiede – sa quali mani ha stretto?». Alcune persone, ora escluse dalla white list, avrebbero fatto campagna elettorale in suo favore, così come per Delrio.