Rovigo, 7 gennaio 2018 - In carcere per 20 giorni da innocente. Un errore giudiziario che ha sconvolto la vita dell’ingegner Giuseppe Fasiol. Il rodigino, 56 anni, è stato risarcito dalla Corte d’Appello di Venezia con 20 mila euro perché finito ingiustamente in cella nell’ambito dell’inchiesta sul Mose.

La sentenza è di un mese fa (i soldi devono ancora arrivare sul suo conto) ma parla per la prima volta dell’esperienza che gli ha sconvolto la vita.

Il suo calvario è iniziato all’alba del 4 giugno 2014 quando la procura di Venezia ha disposto 35 arresti. Gli inquirenti avevano raccolto prove di corruzione per milioni di euro. Gli indagati erano oltre 100. Nomi illustri nel fascicolo tra i quali l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, e l’ex assessore regionale ai trasporto, Renato Chisso. Entrambi (come molti altri) hanno poi scelto il patteggiamento, dunque una pena concordata per evitare il dibattimento. Il Mose è un progetto nato dalla volontà di proteggere Venezia dagli allagamenti causati dall’alta marea.

Fasiol, nato a Lendinara, è un ingegnere civile laureatosi nel 1986 a Padova. Negli anni di presidenza Galan, nel proprio ruolo di dirigente regionale, è stato il braccio destro di Chisso. Ha seguito progetti come il Passante di Mestre e la Pedemontana.

Ingegner Fasiol, soddifatto del risarcimento ottenuto?

«Era una questione di principio più che economica. Hanno calcolato mille euro per ogni giorno di detenzione ingiusta».

Ritiene adeguata la cifra?

«Non esiste un importo calcolabile per una cosa del genere. Non sono monetizzabili gli aspetti psicologici e umani, i cambiamenti nelle relazioni interpersonali con i quali ci si trova costretti improvvisamente a convivere».

Perché ha chiesto il risarcimento?

«Il mio avvocato, Marco Vassallo di Venezia, mi aveva fatto presente che la legge prevede questa possibilità. Ed io l’ho percorsa più che altro per ragioni di principio. Abbiamo chiesto la misura massima consentita, 500 mila euro. Si fa sempre così, poi decidono i giudici».

Cosa ricorda del carcere?

«Quel 4 giugno mi hanno portato a Prato. I primi 4 giorni sono rimasto in cella d’isolamento. I restanti in una cella con altre due persone. La cosa peggiore è non aver mai potuto vedere né parlare con i miei familiari per tutto il periodo passato dietro le sbarre. Gli ultimi due giorni sono stato trasferito a Venezia perché ho voluto essere presente all’udienza del tribunale del riesame che ha disposto la scarcerazione immediata».

Lei però restava indagato per corruzione. Come si è conclusa poi la sua vicenda giudiziaria?

«Con il decreto di archiviazione emesso dal giudice per le indagini preliminari nell’aprile del 2016. Archiviazione che era stata proposta dallo stesso pubblico ministero».

Quasi due anni dopo l’arresto. È stato un periodo difficile?

«Molto duro, dal punto di vista psicologico, dei rapporti personali ed anche lavorativo».

Come si era comportata la Regione?

«Mi aveva sollevato dall’incarico, con un po’ di pazienza le cose sono tornate alla normalità».

Ne ha risentito anche la sua vita privata?

«Mi dispiace quello che sono state costrette a subire mia moglie e le mie figlie. Loro però mi sono sempre state vicine, così come gli amici più stretti. Sono stato fortunato».

C’è stata gente che le ha voltato le spalle?

«Ho ricevuto tantissima solidarietà da parte delle persone che mi conoscono meglio, anche dal punto di vista lavorativo. Chi invece mi conosceva meno, come è naturale che sia, aveva iniziato a prendere le distanze, a nutrire qualche dubbio sulla mia onestà. Questo sicuramente è successo».

Con Chisso però lei ha lavorato. E lui ha scelto il patteggiamento. Cosa ne pensa?

«Sì, io ho lavorato al suo fianco per 14 anni. E anche con Galan. Ma la mia e la loro sono realtà completamente diverse».

Lei ritiene che non vi fosse un sistema di corruzione attorno agli appalti per il Mose?

«Giudizi sull’inchiesta Mose non ne do. Non spetta a me. Per quanto riguarda gli uffici della Regione posso dire che le accuse si sono rivelate infondate. Il mio collega Artico è andato a processo ed è stato assolto».

Il Mose è criticato anche dal punto di vista tecnico. Per quanto riguarda i costi e l’utilità. Cosa ne pensa?

«Io non ho mai seguito il progetto Mose. Quello che era stato imputato a me era di aver accettato un incarico di collaudo in cambio di favori personali. Un incarico che non avevo mai accettato. E i presunti favori non sono mai stati dimostrati».

Ha ancora fiducia nella magistratura?

«L’ho sempre avuta. Certo pongo il tema della carcerazione preventiva come un aspetto da affrontare proprio per l’esperienza vissuta sulla mia pelle. C’è chi ha subito una custodia cautelare anche più lunga».

Tommaso Moretto