Bologna, 27 agosto 2018 - La città di Prato ha proibito di intitolare una pista ciclabile a Fiorenzo Magni per il fatto che nel 1943 aderì alla Rsi (fu processato nel ’47 e poi amnistiato). Vorrei ricordare che nel dopoguerra il ‘Leone delle Fiandre’ diede lustro all’Italia. Vinse anche tre Giri d’Italia e fu commissario tecnico per tre anni della nazionale di ciclismo. Ma questa ‘guerra civile’ non finirà mai.
Angela Cocchi, Bologna

risponde il condirettore de il Resto del Carlino, Beppe Boni

C’è un libro di Walter Bernardi che racconta la storia di questo atleta dei pedali. Dopo la bufera della guerra Magni accese di entusiasmo il Paese contendendo la scena agli altri due campioni, Coppi e Bartali. C’è però un’Italia che assurdamente non gli ha mai perdonato di essere stato un giovane fascista, un’Italia rancorosa che ancora oggi evita di intitolargli una pista ciclabile nella sua città. Ci sono decine di artisti, attori, politici di sinistra che hanno un passato fascista: se la legge e la morale sono uguali per tutti dovremmo epurarli dalla memoria collettiva. Idem se volgiamo lo sguardo verso il comunismo sovietico appoggiato da molti italiani. Il sindaco Pci di Prato, negli anni Cinquanta, subì la rivolta del partito perché inviò a Magni un telegramma di felicitazioni per la vittoria al Giro. Altri tempi. Ma prendersela col campione oggi è fuori dalla storia. 

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