Da sinistra, Francesco Guccini e il cardinale Matteo Zuppi
Da sinistra, Francesco Guccini e il cardinale Matteo Zuppi

Bologna, 20 febbraio 2020 - Ci sono canzoni che segnano un’epoca. Per poi diventare dei ‘classici’, sempre attuali al di là degli anni e delle generazioni. Una di queste è Dio è morto , scritta da Francesco Guccini nel 1965. Una ‘canzonetta’ che subito assurge a specchio di un sentimento molto diffuso tra i giovani di fine anni ’60. Il movimento hippy e la protesta studentesca portano anche in Italia la consapevolezza della necessità di un cambiamento della società, dell’uomo, che è giunto "il momento di negare tutto ciò che è falsità".

AGGIORNAMENTO Evento rimandato a data da destinarsi

Sabato 29alle 17.30, nell’Aula Magna di Santa Lucia, ospiti del rettore Francesco Ubertini – il cardinale Matteo Zuppi e Guccini, stimolati da Michele Brambilla, direttore di QN e Carlino , si confronteranno sui grandi temi riproposti da oltre cinquant’anni in Dio è morto , canzone immortale nel continuo costringerci ad affrontare le contraddizioni del nostro tempo.

L’incontro, inserito nel programma di eventi collaterali della mostra ‘Noi. Non erano solo canzonette’ – in scena a Palazzo Belloni fino al 12 aprile – è aperto al pubblico previa iscrizione al link http://www.mostranoi.it/dioemorto/ . Per soddisfare le numerose richieste, si potrà assistere al confronto in diretta streaming sul sito https://www.quotidiano.net/palazzo-belloni/noi-non-erano-solo-canzonette.

Negli anni ’60 , i giovani si ribellano a una società che giudicano ipocrita e meschina. Il ‘dio’ di quella società è morto ( "nelle auto prese a rate... nei miti dell’estate... coi miti della razza... con gli odi di partito" ), non convince più nessuno, se non chi cerca un "perbenismo inte ressato" . È giunto il momento di cercare un "dio risorto" dentro ideali nuovi, dentro la novità di "ciò in cui crediamo e vogliamo" , dentro "il mondo che faremo" .

Il testo, riflette il cardinale Zuppi, "intuisce le problematiche che poi accompagneranno tragicamente la gioventù di quegli anni, come la droga, insieme al desiderio di ‘veracità’ contro ogni ipocrisia e al desiderio di credere in una fede che toccasse il cuore e non fosse rituale osservanza priva di vita". Ma, dopo questa denuncia, "la canzone di Guccini ci regalava un altro urlo: questa volta di speranza e di scelta. Era la promessa di una generazione che non avrebbe rinunciato a battersi per un mondo migliore, una generazione che confidava nella resurrezione dell’umanità. ‘Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge’ , sono i versi finali che non tutti ebbero allora la pazienza di aspettare".
Potere ascoltare il cardinale e il cantautore "che parlano di musica e di senso della vita, è una fortuna (una grazia, potremmo addirittura dire) straordinaria", afferma Brambilla. ‘Dio è morto’ è un brano che segnò e seppe interpretare un’epoca. Sarà bellissimo rivivere quella canzone con il suo autore. E con un uomo di Chiesa, visto che fu la Chiesa – allora – la prima a capire e apprezzare un testo che tanto perbenismo bollò frettolosamente come blasfemo, e di conseguenza censurò".

"A volte – commenta Guccini – mi chiedo come canzoni come questa o Auschwitz, scritte nel 1964-66, piacciano ancora così tanto e appaiano sempre attuali... Il merito però, non è del tutto mio, ma degli sponsor di queste canzoni: i razzisti e gli imbecilli che, a quanto pare, tornano periodicamente alla ribalta".