Bologna, Marco Biagi (foto Ansa)
Bologna, Marco Biagi (foto Ansa)

Bologna, 4 luglio 2014. Proseguono le audizioni in Procura a Bologna nell'ambito della nuova inchiesta sulla mancata scorta a Marco Biagi, ucciso dalle brigate rosse il 19 marzo 2002. Questa mattina sono stati ascoltate, come persone informate sui fatti, Antonio Bassolino che guidava il ministero del Lavoro all'epoca dell'omicidio di Massimo D'Antona (20 maggio 1999) e l'ex senatore Pdl ed ex manager Zanussi, Maurizio Castro. "Incontrai Biagi - ha spiegato Castro ai pm - sei giorni prima dell'agguato. Fu un incontro emotivamente molto difficile, perché Marco mi disse che si sentiva che le Br gli stavano arrivando addosso, tanto che mi lasciò una sorta di testamento morale dicendomi che bisognava continuare ad impegnarsi, rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani per cambiare il diritto del lavoro e dare nuove opportunità ai giovani".

"Io - ha proseguito Castro - che allora ero scortato a differenza sua, gli chiesi se ci fossero novità su quel punto e lui mi disse che sapeva che Maurizio Sacconi, Roberto Maroni e Pier Ferdinando Casini si stavano adoperando strenuamente per fargli riavere la scorta, ma che ancora non c'erano risposte positive da parte del ministero degli Interni. Era evidente l'assoluta improprietà dell'assenza di protezione nei suoi confronti, per me si di un errore straordinariamente grave". A chi gli ha domandato poi se Biagi fosse in qualche modo deluso dal Viminale Castro ha risposto "in qualche modo anche dalla Questura di Bologna perché certamente non comprendeva" perché fosse rimasto senza protezione.

 Uscendo dalla Procura, rispondendo chi gli chiedeva se Biagi gli parlò di preoccupazioni sulla propria sicurezza, l'ex presidente della Regione Campania Antonio Bassolino ha invece  detto: "No, mai, come ho detto al sostituto procuratore". Bassolino ha poi spiegato che "quando fu ucciso D'Antona fu uno choc enorme per tutti perché erano anni che non succedeva un delitto politico da parte delle Br. Il precedente era nel lontano 1988 con Ruffilli". Per l'ex ministro del Lavoro, dunque, "nessuno poteva immaginare quello che successe con D'Antona che venne colpito perché era un riformista. Fu uno choc che colpì tutto il ministero del Lavoro e tutti i collaboratori più importanti, quindi anche Marco Biagi. Ed è evidente che, dopo l'assassinio di Biagi, determinate figure di intellettuali - ha sottolineato Bassolino - che collaboravano con i governi nazionali e che si occupavano di rapporti tra sindacati e imprese sia nel ministero del Lavoro che della Funzione pubblica, diventavano esposti".

Per l'ex sindaco di Napoli, infine, "bisogna accertare se all'allarme che scattò con l'uccisione di D'Antona seguirono misure determinate per proteggere le diverse figure esposte per l'attività che svolgevano. D'Antona e Biagi - ha ricordato Bassolino - sono stati riformisti, uomini della concertazione. Quando è stato ucciso Biagi scrissi che era assurdo: era come se fosse stato ucciso per la seconda volta D'Antona".