Bologna, 30 ottobre 2018 - In giacca e camicia, con la barba lunga ma curata, pure dimagrito. Sedeva composto, prima nella cella dell’aula 11 del tribunale, poi in prima fila accanto al suo difensore di sempre, l’avvocato Roberto D’Errico. Due immagini opposte, una sola persona: Stefano Monti, 59 anni, accusato dell’omicidio premeditato del buttafuori Valeriano Poli, all’epoca 34enne, il 5 dicembre ’99. Da un lato l’immagine del «mafiosetto» contenuta nelle carte dell’inchiesta, di quello che a Poli l’aveva giurata dopo essere stato pestato fuori da un locale e umiliato così davanti agli amici, tanto da promettergli «torno con il cannone».

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Dall’altro lato l’immagine dell’innocente quale lui si professa da sempre, di un uomo talmente estraneo a quell’omicidio da essere rimasto a vivere nella stessa città mettendo su famiglia, come ha sempre sottolineato il suo difensore e così certo delle sue ragioni da non scegliere sconti di pena, puntando tutto sul rito ordinario davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Stefano Scati. La stessa corte che, alla fine, sarà chiamata a decidere quale delle due immagini sia quella reale.

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È iniziato ufficialmente lunedì mattina il processo per il delitto della Beverara, a quasi 20 anni dall’omicidio a colpi di pistola del buttafuori. Unico imputato (la cui difesa si è opposta a ogni ripresa video e fotografica) è Monti, arrestato a giugno dagli uomini della Squadra mobile al termine delle nuove indagini coordinate dal pm Roberto Ceroni. A lui gli inquirenti erano già arrivati nel 2001, quando però fu chiesta l’archiviazione del caso perché «su Monti emerse solo il movente», ha spiegato in aula Ceroni. Ma il cerchio intorno all’imputato la procura lo ha chiuso negli anni e grazie soprattutto alle nuove tecnologie.

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Come quell’Analysis of virtual evidence, una ricostruzione in 3D che partendo dal filmato di un battesimo a cui Poli aveva partecipato prima di morire ha estratto l’immagine delle sue scarpe, dimostrando – sempre secondo l’accusa – che le tracce di sangue sulle sue Timberland non c’erano e che quindi erano state depositate nella colluttazione con il killer, la sera dell’omicidio. Scarpe sulle quali, secondo l’accusa c’è il dna ‘fresco’ di Monti, mentre per la difesa è quello ‘vecchio’ risalente a una rissa fuori da un locale. E proprio su quell’innovativo sistema d’analisi, basato sulla deframmentazione delle immagini e sulla valorizzazione dei colori, è stato ammesso a testimoniare (oltre 100 le persone che sfileranno in aula) anche il direttore della Cineteca, Gianluca Farinelli, i cui tecnici hanno collaborato alle indagini. A chiedere la sue escussione è stata la parte civile rappresentata dagli avvocati Gabriele Bordoni (che assiste il fratello della vittima Luciano) e Claudio Carnevali (per la madre Giovanna). La difesa, che aveva contestato (respinta) la richiesta di giudizio immediato, ha ottenuto invece la possibilità per Monti di poter aver colloqui con la moglie e la figlia, cosa che gli era impedita dall’arresto. «È importante per lui poter riallacciare i rapporti con i familiari», ha commentato D’Errico a latere che sulla scelta del rito spiega: «Attendiamo ancora l’esito di alcune indagini difensive, riteniamo che non siano così facilmente acquisibili in giudizio le prove d’accusa».