Gaetano Maccaferri al vertice della holding Seci
Gaetano Maccaferri al vertice della holding Seci

Bologna, 19 novembre 2021 - "Il reclamo, pur pregevolmente argomentato, non può essere accolto". La stangata ora arriva anche dai giudici della Corte d’Appello che, con sentenza depositata ieri, hanno confermato la decisione dei colleghi di primo grado sul fallimento di Seci, holding del gruppo Maccaferri. Un atto di 37 pagine – che arriva una settimana prima dell’udienza dei creditori per l’esame dello stato passivo, programmato per il 25 novembre – firmato dai giudici Anna De Cristofaro e Michele Guernelli nei confronti della Società esercizi commerciali industriali.

E che rappresenta la quasi definitiva parola fine su una crisi conclamata due anni e mezzo fa. Era maggio 2019. Seci presentò ricorso per concordato con riserva, non seguito da proposta piena entro i termini: da lì l’istanza di fallimento della Procura. Passi di una vicenda intricatissima, che ha visto nei mesi avvicendarsi ipotesi di salvataggio dei fondi Carlyle, Taconic, Apollo e Sagitta-Europa Investimenti, nomi che ricorrono nella sentenza.

I giudici danno conto del ricorso di Seci, ma lo smontano pezzo per pezzo. Sottolineano come il patrimonio netto della holding, negativo per 119 milioni al 30 settembre 2019, fosse sprofondato secondo l’attestatore a meno 223 milioni ante rettifiche al 27 marzo 2020 (e a meno 474 milioni dopo le rettifiche conseguenti al piano). Battono sul mancato rispetto delle tempistiche nell’iter procedimentale.

Confermano l’"abuso dello strumento concordatario" ravvisato dal Tribunale, ricordando la sequenza di piani e proposte, spesso incompleti, presentati anche oltre i termini concessi, che "appare in effetti di per sé abusiva, poiché se non ha impedito almeno ha ostacolato notevolmente l’esame del Tribunale".

E bocciano anche la tesi secondo cui l’attività d’impresa di Seci proseguirebbe attraverso il ‘Centro servizi’, che avrebbe mantenuto di fatto in pancia solo il 50,1% di Manifatture Sigaro Toscano: "È pure pacifico che il ‘Centro servizi’, generi, perdite e non flussi di cassa per i creditori, e che i dipendenti cessino di pari passo con le dismissioni, sino a ridursi da oltre 80 a 40, di cui tre in funzione di Samp, destinata pure alla dismissione". Un ‘no’, insomma, su tutta la linea.

Il conto, il procuratore Giuseppe Amato, l’aggiunto Francesco Caleca e il sostituto Nicola Scalabrini l’avevano presentato il 13 febbraio 2020. Una situazione "di insolvenza irreversibile", scrivevano, un "grave stato di dissesto finanziario", quello di Seci, un patrimonio netto "negativo di oltre 65 milioni" già al 31 dicembre 2018, "sebbene nelle premesse del ricorso del maggio 2019 la società facesse riferimento a uno ’stato di tensione finanziaria’". Via via il peggioramento con un patrimonio netto negativo, al 30 settembre 2019, di 119,7 milioni, indice di "un gravissimo deficit". Ne sfociò la decisione del Tribunale, oggi confermata anche in Appello.