Il pullman del Bologna accolto dai tifosi
Il pullman del Bologna accolto dai tifosi
Bologna, 17 febbraio 2021 - "Bastava un gesto, un saluto veloce, un accenno di applausi, un modo per farci capire che avevano apprezzato l’importanza del nostro gesto. Invece dentro quel pullman nulla, la totale indifferenza. Anzi no, anche qualche presa in giro. Questo ci ha ferito". ‘Beba’ l’ha presa malissimo. Se al telefono non alza i toni della voce è perché quarantaquattro anni di militanza in curva ("ho cominciato a quindici anni, meglio che non ti dica come") hanno levigato il carattere, ammorbidito le asprezze, arrotondato gli spigoli. ‘Beba’ è Daniele Torrisi, icona del gruppo...

Bologna, 17 febbraio 2021 - "Bastava un gesto, un saluto veloce, un accenno di applausi, un modo per farci capire che avevano apprezzato l’importanza del nostro gesto. Invece dentro quel pullman nulla, la totale indifferenza. Anzi no, anche qualche presa in giro. Questo ci ha ferito".

‘Beba’ l’ha presa malissimo. Se al telefono non alza i toni della voce è perché quarantaquattro anni di militanza in curva ("ho cominciato a quindici anni, meglio che non ti dica come") hanno levigato il carattere, ammorbidito le asprezze, arrotondato gli spigoli. ‘Beba’ è Daniele Torrisi, icona del gruppo ‘Vecchia Guardia’. Uno di quelli che ad Ascoli nel ‘79 fuori dallo stadio scorrazzava col ‘Bimbo’ (Roberto Melotti, il capostipite della curva, scomparso nel 1994) e che nel 2003 sfidava dialetticamente l’allora presidente Gazzoni nel salotto di Rete 7.

Torrisi, lei venerdì sera era tra quei cinquecento.

"Io mi presento davanti ai cancelli della curva Andrea Costa dalla prima partita in casa di settembre. Vado lì, aspetto il pullman, applaudo i ragazzi e scappo a casa a vedere la partita un tv. Lo faccio ogni volta che il Bologna gioca al Dall’Ara. E lo faccio perché chi vive il Bologna come noi sente la curva Andrea Costa come la sua casa".

‘Noi’ sono, per l’appunto, i cinquecento di venerdì.

"L’idea di testimoniare con un atto di presenza la nostra vicinanza alla squadra nei mesi ha preso piede, tanto che col Milan eravamo una sessantina. E’ un modo per comunicare che noi ci siamo, e anche se adesso non possiamo entrare allo stadio non molliamo e sosteniamo i nostri colori".

Anche se si gioca contro il Benevento.

"Ma proprio qui sta la bellezza del gesto. L’altra sera non si giocava per il sesto posto in campionato, non era una finale di Coppa Italia, non era una partita di Champions: ma per noi era comunque importante esserci. E lo era anche per quel bimbo di cinque anni che ha visto passare il pullman un mezzo alle fiaccole dal tettuccio della mia macchina".

Racconti.

"Era insieme al padre, con tanto di mascherina rossoblù, intirizzito come tutti noi per il freddo. Allora mi sono avvicinato al padre e gli ho ho detto: ‘Se vuole accendo il motore, così il bambino entra e si scalda. ‘No, io voglio vedere passare il pullman’, mi ha detto il bimbo. E mi ha chiesto se poteva sedersi sul tettuccio. Ecco, Bologna è anche questa".

Ma sul pullman nessuno l’ha capito.

"E’ quello che ferisce. Io capisco che i calciatori oggi sono cambiati, arrivano allo stadio ascoltando musica con gli auricolari, giocano col telefonino, si isolano dal mondo. Ma io credo che quando vedi tutta quella gente che viene lì per dirti che ti vuole bene a qualcuno dentro quel pullman doveva venire la voglia di mostrarci un segno di attenzione".

L’amore è un sentimento nobile, ma non sempre ricambiato.

"Quello che mi ha fatto più male è stata proprio l’indifferenza. Poi certo anche le prese in giro danno fastidio: ma non averci degnato di un’attenzione ci ha lasciato di sasso. Non se lo meritava soprattutto quel bimbo".