Bologna, 21 dicembre 2015 - A quanto pare, l’unica cosa che Rosario Tindaro Fiorello, in arte – o per semplicità – Fiorello, non può fare è convincere il pubblico a deporre quell’arma letale che è lo smartphone, per immedesimarsi nell’unico ruolo che gli si chiede di ricoprire. Ovvero, quello del pubblico. Quello che ormai sembra non poter più fare a meno dell’inutile filtro di uno schermo che inquadra qualcosa di vivo e vegeto, orgogliosamente in movimento davanti ai suoi occhi, con l’unico scopo di registrare un video destinato a occupare spazio in memoria (GUARDA LE FOTO).

E sono queste persone, malate di immortalismo compulsivo, il primo bersaglio dello showman che, senza alcuna pietà per la sopravvalutata privacy, è disposto perfino a strappare dalle braccia alzate, come rudimentali bastoni per selfie, lo «strumento del demonio» e a scorrere i messaggi, rivelandone il contenuto all’intera platea (GUARDA IL VIDEO).

Qunidi, se avete segreti inconfessabili salvati nell’archivio e pensate di recarvi all’EuropAuditorium per la terza e ultima replica de ‘L’Ora del Rosario’, beh, lasciate ogni device, voi che entrate, perché rischiereste di incrinare rapporti, rivelare relazioni e distruggere matrimoni, nonché di non cogliere al volo che quelli di cui Fiorello parla siete voi. Voi, le vostre, poche, virtù e i vostri strabilianti vizi, siete il pane di cui lo show si nutre, perché chi sta sul palco, come sottolinea plasticamente l’immagine che accoglie il pubblico, ha occhi che vi seguono sempre, vi guardano, vi studiano, sanno cosa state pensando e quando.

Ed è tanto vera, questa cosa, che lo spettacolo comincia ben prima dell’orario prefissato, il giorno stesso dell’arrivo in città, quando Fiorello sfrutta l’inevitabile cantilena del «possiamo farci una foto insieme» per raccontare la gente e assorbirne l’odore. Infatti, mentre balla, canta, duetta virtualmente con Mina e con l’orchestra di Tony Renis, cambia giacca, si prende in giro e offre lezioni di vita quotidiana e di autoironia – specie sull’età – lo showman siciliano fa più volte riferimento a Bologna, arrivando persino a citare i caratteristici umarell, per stabilire con la platea un’empatia e una complicità rare, probabilmente la vera forza di un istrione che, in fondo, è rimasto quello circondato dalle persone nelle piazze e nei villaggi turistici. Il risultato, insomma, è che, in due ore di spettacolo, la signora alle spalle di chi scrive, nonostante un’impressionante sequenza di risate oltre il muro del suono, è miracolosamente scampata alla sincope. Ma che – se la situazione avesse preso una piega drammatica – qualcuno lo avrebbe senz’altro immortalato con un telefono di ultima generazione.