Gianni Morandi al Duse
Gianni Morandi al Duse

Bologna, 4 giugno 2020 - "Una festa. Sarà una festa per uscire dall’incubo. Un messaggio di speranza. Un diario collettivo, dove insieme parleremo della pandemia e scriveremo, per qualche ora, come il virus ha cambiato le nostre vite. Ma sarà soprattutto un concerto, perché abbiamo bisogno di segnali positivi. E cosa c’è di meglio della musica e delle canzoni?": Gianni Morandi ripone la chitarra e davanti a lui si spiana la distesa vuota del Teatro Duse. Sono finite da poco le prime prove dalla quarantena da Covid-19, nel tempio dell’arte bolognese che per 23 serate è stato casa dell’eterno ragazzo. Ma il 15 giugno questa platea si riempirà con 200 persone (divise fra le 999 poltrone rosse): distanziamenti, mascherine, percorsi di entrata e uscita, ‘maschere’ per garantire una socialità in sicurezza, ingresso gratuito. Primo evento di questo tipo in Italia.
 

Morandi, com’è nata l’idea?
"Quando ho letto che i teatri avrebbero potuto riaprire mi sono chiesto: ‘Beh, e quindi?’. Ho chiamato il direttore del Duse e gli ho chiesto di dare un segnale. Dovevamo far capire che ci siamo: sono un uomo di spettacolo, ma sono anche un bolognese, sono pratico. Non vedevo l’ora di poter tornare a cantare dal vivo".
Che cosa significherà?
"Stiamo cominciando a uscire dall’incubo, è stato un periodo brutto e buio. È ora di festeggiare. E lo faremo in sicurezza. È un messaggio di speranza".
Il settore è stato massacrato dal virus: si riprenderà?
"È durissima, pensiamo alle migliaia e migliaia di biglietti venduti e ora ‘sospesi’. Pensiamo ai grandi e ai piccoli concerti, pensiamo a chi lavora in un settore già precario, alle famiglie. Ci fa capire quanta voglia ci sia di musica e quanto dovremo impegnarci per tornare. Non è facile, ma un segnale, seppure piccolo, andava dato. Io ad esempio qui al Duse ho otto concerti da recuperare. E così abbiamo pensato a un evento che sia gratuito".
 





In scena cosa accadrà?
"Sarò a volte solo, ma in alcuni spezzoni qualche musicista ci sarà. È un gesto di ripartenza, ma anche di fiducia: canteremo tanto, le canzoni le conosciamo. Ma parleremo anche, coinvolgerò le persone, ci racconteremo che cos’è successo in questi mesi. Metteremo insieme le nostre sensazioni. Gli spettatori mi aiuteranno".
Un messaggio per tutti?
"Spero sia un esempio per i teatri in Italia e anche per gli altri artisti, la nostra è una piccola idea: il teatro è cultura, è vita e nessuna città può rimanerne senza. Per ora abbiamo fatto le prove, siamo stati a distanza. È un piccolo passo verso la normalità".
Questi sono però anche i giorni degli assembramenti, delle polemiche che deviano la gioia della ripartenza e della ritrovata socialità.
"L’altro giorno ero al mare, sulla Riviera romagnola. Ho trovato la coda: beh, mi ha fatto piacere. È un bel segnale il desiderio di vivere, di muoversi. Ma è fondamentale anche la sicurezza. Spero però che i turisti vengano: la nostra Bologna ne ha bisogno, la nostra Emilia-Romagna ne ha bisogno, la nostra Italia ne ha bisogno. Quest’anno farò le vacanze qui e non all’estero".
 





Il suo pubblico è un microcosmo, con persone di tutte le età e tutte le provenienze: che ‘Italia’ pensa di trovare?
"Le immagini di Bergamo e delle terapie intensive ci hanno colpito come un pugno allo stomaco. Sono stati mesi difficili: io, da privilegiato, ero nella mia casa in campagna. Ma penso a chi è stato in un appartamento, rinchiuso fra quattro mura. O chi ha problemi economici e sta aspettando risposte".
Arriveranno?
"Mi auguro che il Governo possa fare ancora di più. Ma sono sicuro di una cosa: non ci ritroveremo peggiori. Siamo diventati migliori: più disposti e comprensivi verso gli altri, sappiamo dare più valore alle cose semplici. In quarantena ho provato a scrivere alcune canzoni, ma non è venuto fuori granché. Però sono stato con mia moglie, ho cucinato, letto, guardato serie tv: mi sono sentito fortunato".
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