Gianluigi Schiavon, giornalista e scrittore bolognese, autore di Rapkoka (Giraldi Editore)
Gianluigi Schiavon, giornalista e scrittore bolognese, autore di Rapkoka (Giraldi Editore)

Ferrara, 1 febbraio 2020 - Li chiamano i Bertot, padre e figlio, Lucien e Antoine, l’uno commissario serioso e amante di Tchaikovsky, l’altro giovane ribelle conquistato dal rap. Indagano per mezza Europa, con una caccia all’uomo tra i quartieri periferici di Parigi, i sobborghi eleganti di Londra e i fiordi della Norvegia. Sono una coppia insolita, per anagrafe e parentela, una sorta di unicum nel genere, ma nulla in creatività è impossibile, soprattutto se la penna è quella di uno scrittore e giornalista come Gianluigi Schiavon, autore eclettico che lunedì, alle 18, sarà a Ferrara, alla libreria Ibs-Libraccio, per la presentazione del suo ultimo romanzo Rapkoka (Giraldi Editore), di cui dialogherà insieme al responsabile della redazione ferrarese del Carlino, Cristiano Bendin. Un libro ad alta tensione, il cui filo rosso è il rapporto genitoriale, fatto di trasferimento di valori, passioni, speranza, comunanza. In una parola, "complicità", termine caro a Schiavon, che al figlio Gianlorenzo - che lo ha peraltro introdotto al rap - ha dedicato il libro.

Il linguaggio del testo è molto evocativo, sotto l’inchiostro affiorano le immagini.
"Per me le immagini contano moltissimo perché la mia ambizione è giocare con le parole che non debbono essere solo strumento descrittivo. Il paesaggio è fondamentale nei miei testi, perché lì trasferisco le suggestioni e gli spunti dei miei viaggi".

Per un giornalista, scrivere è integrare la professione in ciò che la cronaca, per selezione e velocità, non consente di approfondire?
"Sono due aspetti che si incrociano, semmai c’è un travaso. Per me nasce prima la scrittura, fin da quando ero bambino. Certamente l’essere giornalista mi dà la possibilità, giorno dopo giorno, di conoscere, approfondire, andare al di là dell’esteriorità delle cose".

In questi ultime settimane, complice un vecchio brano di Junior Cally, tra i Big in gara a Sanremo, che inciterebbe alla violenza, si sta parlando molto di rap. Un genere nato in realtà per tutt’altri fini, come strumento di protesta sociale negli anni ‘90 del secolo scorso. Cosa rappresenta per lei oggi?
"La musica è in generale la colonna sonora della mia vita, compreso Tchaikovsky, un compositore tormentato. Ho imparato ad amare il rap quando sono andato oltre la superficie. Quando ho compreso che non esprime solo la rabbia, il disagio, la denuncia. E’ un genere intimista che arriva anche alla soluzione del problema. Questo è un aspetto talvolta sottovalutato".

Perché secondo lei negli ultimi anni c’è stata una rinascita di gialli, polizieschi, thriller?
"Perché ad attrarre è la tensione, la voglia di arrivare a una soluzione. Non a caso, nel mio libro, c’è un collezionista di gialli che individua in Kafka il primo dei maestri".