Anselmo si candida a sindaco di Ferrara: “Nel nome di Aldrovandi e Cucchi”

L’avvocato che difese le famiglie dei due ragazzi vittime degli abusi di potere scende in campo. Corre per il centrosinistra contro l’attuale primo cittadino leghista Fabbri. “Sono un civico, non un politico”

Fabio Anselmo con le gigantografie di Federico Aldrovandi
Fabio Anselmo con le gigantografie di Federico Aldrovandi

L’avvocato dei casi Cucchi e Aldrovandi in campo per riportare a sinistra l’ex feudo estense, espugnato nel 2019 da un centrodestra a trazione leghista. Era nell’aria da settimane. Ma Fabio Anselmo ha voluto attendere fino a ieri pomeriggio per sciogliere la sua riserva e comunicare, davanti a mille persone nella sala più capiente di un cinema del centro di Ferrara, che sarà lui – alla guida di uno schieramento che raccoglie quasi tutte le forze del centrosinistra – a sfidare il sindaco uscente Alan Fabbri alle amministrative di giugno.

"Non sono un politico, sono un civico nell’anima – ha detto davanti alla sala piena fino all’orlo –. Le idee e i diritti sono trasversali. Sciolgo la riserva in mezzo alla gente, non sui social, per tentare di vincere una sfida che voglio vincere". Tra le mura estensi lo sapevano tutti, ma dovevano sentirlo dalla sua voce. La platea si spella le mani.

Fino a ieri Anselmo era noto principalmente per le immagini con la toga sulle spalle mentre sventolava le gigantografie dei volti martoriati di Federico Aldrovandi (morto a 18 anni a Ferrara durante un controlli di polizia) e Stefano Cucchi (il geometra romano deceduto mentre era in custodia cautelare) durante i processi nei quali ha assistito i parenti delle vittime. O per la lunga e delicata vicenda giudiziaria che ha portato a riaprire l’inchiesta sulla morte di Denis Bergamini, centrocampista del Cosenza deceduto (ucciso, secondo le nuove accuse) nel 1989. Ora, dopo un lungo periodo di attesa, si trova a vestire panni inediti. Quelli di candidato sindaco con l’arduo compito di riportare le lancette a prima del 2019, quando la sinistra perse Ferrara dopo settant’anni di dominio incontrastato.

Condizione imprescindibile che si è posto sin da subito, unire. "All’inizio non è successo – ammette –, ma litigare tra noi non ha senso". L’avvocato sparpaglia dei fogli su un tavolino, ma la traccia dura poco. Parla a braccio, a metà tra arringa e comizio. Sullo sfondo scorrono slide della sua carriera professionale. "Fino a 18 anni ero di destra... non capivo un c. – scherza –. Poi ho cambiato idea lavorando. Dall’alto non mi è arrivato nulla".

Fatta questa premessa, si tuffa nei temi della città. La prima punzecchiatura è per il sindaco uscente. "È un ologramma – scandisce –. La sua attività è al 100% sui social che lo fanno essere presente anche dove in realtà non c’è. Non incontra le imprese, le categorie, i cittadini". Poi allarga lo sguardo sulla città. "Inutile dire ‘prima i ferraresi’, i giovani non rimangono qui – sbotta –. La città si sta trasformando in una casa di riposo. Ferrara si deve aprire e deve respirare".

L’applausometro impazzisce quando, quasi in coda, si tocca il tema Cpr. L’ipotesi di aprire un centro per i rimpatri a Ferrara, poi smentita, aveva spaccato la città. "Il sindaco lo ha salutato come un’opportunità – spiega –. Io l’ho definito un lager. Vi sono rinchiuse persone che hanno la sola colpa di aver cercato una vita migliore". La chiusa è affidata a un appello: "Smettiamo di credere alla propaganda, dobbiamo guarire la città a cui vogliamo bene".