Violenza sulle donne
Violenza sulle donne

Macerata, 24 novembre 2020 - Una relazione burrascosa durata tre anni, che si è chiusa grazie a una denuncia e a un percorso di rinascita in una delle case di rifugio della provincia di Macerata. Soltanto così Marta (nome di fantasia) ha potuto lasciarsi alle spalle quello che pensava fosse il suo primo amore, ma invece ha portato soprattutto delle grandi sofferenze.

Marta, come è nata la relazione con il suo fidanzato?
"Tre anni fa, quando avevo 22 anni. Nel primo anno è andato tutto molto bene, avevamo qualche litigio come tutte le coppie, poi una sera, quando ero fuori con alcuni amici, me lo sono trovato nel locale e abbiamo iniziato a litigare. L’ho seguito fino all’auto, lì mi ha dato il primo schiaffo e se n’è andato. Io, però, non ci ho pensato un attimo e l’ho seguito per chiedergli scusa, perché pensavo di avere sbagliato a essere uscita. Da quel momento ci sono stati alti e bassi, lui mi chiamava spesso ‘cessa’, mi diceva che non potevo uscire da sola, né mettermi la gonna, se non ci fosse stato anche lui. Quando sono andata all’estero per un mese di formazione, anche se lui non voleva, mi telefonava ogni giorno per sapere dove fossi e insieme a chi. Ma io non ho mai dato troppo peso a tutte queste cose".

Non ha mai pensato di lasciarlo?
"Nell’estate dell’anno scorso, dopo l’ennesima forte litigata, in cui entrambi ci siamo presi a schiaffi, lui me ne ha dato uno più forte, che mi ha fatto esplodere un timpano. Così l’ho guardato e gli ho detto: ora basta. E me ne sono andata. Ma lui mi ha rincorsa, mi ha chiesto scusa e abbiamo continuato a stare insieme. Il picco, però, lo abbiamo raggiunto quando siamo andati a vivere insieme all’estero: i litigi erano all’ordine del giorno, così come le porte spaccate. Durante uno dei litigi che ricordo meglio, mi ha messo le mani alla gola, spingendomi contro il muro, e io per liberarmi gli davo dei pugni in testa. Quando mi ha lasciata, ho preso la valigia per andarmene via e lui poi mi ha spinto con la testa contro il muro".

Anche quella volta ha deciso di non andare al pronto soccorso?
"No, perché quando le vivi, alcune cose diventano quasi normali e anche io ero consapevole di non avere un carattere facile. Però, quando siamo rientrati in Italia, a febbraio, ognuno è tornato a vivere a casa sua. Abbiamo vissuto il lockdown separati, ma non ci siamo mai lasciati del tutto, perché lui e la madre mi venivano a cercare. A maggio, però, ho deciso di dire basta e lasciarlo, dopo che per l’ennesima volta avevamo litigato. Da allora è iniziato un vero calvario".
Perché lui ha continuato cercarla?
"Nonostante avessi bloccato le chiamate, lo avessi bloccato sui social, un paio di settimane dopo che lo avevo lasciato mi ha scritto una mail in cui mi diceva che non mi avrebbe mai lasciato andare via, perché ero la sua ragione di vita. Da quel momento è stato un continuo di mail in cui passava dal ti amo a sei una donna disgustosa. Mi chiamava con numeri diversi, fino a un giorno in cui è arrivato a farmi 395 chiamate. Ho sempre avuto paura di sporgere denuncia, perché non sapevo quale sarebbe stata la sua reazione. Poi, grazie all’aiuto di mia madre, a luglio mi sono rivolta al centro antiviolenza e l’ho denunciato".


Da quel momento è iniziata la sua nuova vita?
"Non è stato facile, perché sono dovuta andare via dal mio paese, sono stata nella casa di rifugio per tre mesi. Sono stata male, ho pianto molto, perché a 25 anni non si può fare una vita del genere, ma sono riuscita ad abbattere tanti muri e con l’aiuto della psicologa e di molti libri, ho ritrovato tante consapevolezze. Non ho più attacchi di panico, non mi guardo più dietro quando cammino e sto finalmente riacquistando il sorriso".
Cosa vuole ora per la sua vita?
"Voglio la libertà, sono tre anni che non ce l’ho. Da quattro mesi non lo sento più ma sto bene, mi basto da sola e so di valere molto. Cerco di essere spensierata, anche se ho ancora paura di innamorarmi. Ma per ora penso a me, e anche se è difficile, dico alle donne di denunciare".