Carpi, 25 maggio 2018 - E' stato  definito un ‘narratore straordinario’, dotato di uno stile avvolgente ed evocativo e capace di un funambolico destreggiarsi in diversi ambiti. Sarà Federico Buffa, giornalista e telecronista sportivo, il protagonista di ‘Storie di campioni’, questa sera alle 21.30 nella tenda di piazza Re Astolfo a Carpi, nell’ambito della Festa del Racconto.

Perché una persona diventa un ‘campione’?

«Perché vive una ‘fase ossessiva’ molto sviluppata e sui 12 anni entra nel meccanismo psico-fisico di voler superare gli altri. Si alza presto al mattino e subito pensa che dall’altra parte del mondo qualcuno si è alzato prima di lui e si sta già allenando. Diventa un campione quando alla fase ossessiva si coniuga la ricognizione della sua abilità».

Tra i tanti campioni che ha raccontato, chi le è rimasto più impresso?

«Muhammad Ali: è stato senza dubbio il più grande sportivo di tutti i tempi. L’unico che è rimasto sulla breccia per oltre cinquanta anni, ben oltre la fase propriamente agonistica. Questo lo consacra come il migliore».

Le storie che lei narra possono essere metafore di vita?

«Prediligo i campioni cui ‘è andata male’, quelli che a fronte di un bivio hanno fatto la scelta sbagliata e l’hanno pagato di persona. Penso ai calciatori George Best e Garrincha, morti per cirrosi epatica causa alcolismo. All’adolescente pieno di talento non hanno saputo fare succedere l’uomo adulto consapevole delle proprie capacità. Hanno dissipato il loro talento nel bere».

I campioni sono considerati dai giovani come un esempio da imitare. Ma sono sempre anche dei maestri?

«Molti atleti rifiutano di essere dei role model e vogliono essere solo degli sportivi. Dipende anche dal tipo di società: quella anglosassone non accetta questo ‘rifiuto’. Un campione che prende tanti soldi deve tenere un certo comportamento, per giustificare quanto viene pagato. Diverso il mondo latino, più tollerante, come dimostrata la vicenda di Messi. Tra il lassismo latino e il puritanesimo anglosassone quale è più giusto? Ci vorrebbe la via di mezzo».

Raccontare lo sport: solo telecronaca o altro?

«Ognuno ha il proprio stile. In ogni caso, la telecronaca è legata all’attualità del momento in cui accade; noi dobbiamo descrivere ciò che si verifica accompagnando lo spettatore nella visione. La narrazione sportiva è una parabola dell’atleta: la racconto facendo sempre riferimento anche al contesto storico in cui vive. Per questo amo narrare di più le storie del Novecento: hanno più storia e contesto».

Lei infatti racconta soprattutto di campioni del passato, più che dei contemporanei…

«Spesso anche già defunti. Quello che è già passato non ti accade mentre stai vivendo, per questo è più facile parlarne. La storia è già compiuta e puoi avere una visione più chiara e fare un’analisi più completa».

Ha portato in scena due spettacoli teatrali: ‘Le Olimpiadi del 1936’ e ‘A Night in Kinshasa – Muhammad Ali vs George Foreman’: perché queste scelte?

«Sono molto diversi tra loro: il primo è uno spettacolo teatrale in senso stretto. Inizio interpretando un personaggio realmente esistito, poi esco dal ruolo e narro al pubblico le storie, per fare comprendere appieno il periodo. Come quella di Jesse Owens, che correva non solo per se stesso ma per l’umanità. Nel secondo sono narratore fin dall’inizio. Per la prima volta, nel 1974, l’Africa post coloniale è stata al centro del mondo. Ho voluto fare riferimento a quello che molti considerano l’evento sportivo di tutto il Novecento, per suscitare nei giovani che mi seguono delle riflessioni».

Prossimi programmi?

«Uno spettacolo sui mondiali di calcio del 1990, ai tempi dell’ultima guerra in Europa, quella dei Balcani, a ‘due passi’ da casa nostra. La Jugoslavia giocava e non sarebbe più esistita. I giovani sono consapevoli di cosa significa vivere in un mondo senza guerra?».