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1 mag 2022

Pesaro-Venezia: pugno in faccia, tutto iniziò così

1 mag 2022
franco
Cronaca

Franco

Bertini

Il punteggio è di 29 a 28 per loro. La fine della partita è prossima e le cose non promettono bene. E ecco che uno entra in campo e piazza un gancio alla mascella di un giocatore avversario. La data è il 19 aprile 1942, il campo di gioco è la palestra "Carducci" fucina del mondo, il campionato è quello di pallacanestro di serie B, la partita è Pesaro-Venezia, a beccarsi il pugno è il veneziano Garlato, curato al vicino ospedale. Il primo contatto cestistico fra le due regine del basket adriatico che si ritrovano stasera alla Vitrifrigo Arena inizia esattamente ottant’anni fa e si apre con la prima invasione di campo della storia pesarese. Sconosciuto, anche per omertà, l’artefice dell’impresa. Poi la guerra oscura tutto, ma già nel campionato 1950-1951 Pesaro diventata Victoria e Venezia sempre Reyer addirittura dal 1872, si ritrovano l’una contro l’altra nel campionato i serie A. Loro vengono a Pesaro il 5 novembre 1950 e ci fregano 37 a 32, noi andiamo in laguna il 18 febbraio 1951 e ribecchiamo un 34 a 22. Ci rifaremo alla grande il campionato successivo, vincendo 32 a 30 a Venezia e 32 a 31 a Pesaro. Esperienze mistiche più che trasferte sportive le partite a Venezia negli anni Cinquanta. Stazione di Santa Lucia, Venezia Centrale. Dal diretto, si fa per dire, da Bologna è appena scesa la squadra pesarese. Abbigliamento arlecchino, facce stravolte, bocche aperte da contadinotti in libera uscita. In traghetto sul Canal Grande, uno dei nostri è in difficoltà, si guarda attorno sbalordito ed esclama: "E ‘na madonna i fiùm!". Padroni del mondo quando seduti come porci signori attorno ai tavoli del "Graspo de uva", proprio sotto il ponte di Rialto, a guardare le aristocratiche gualdrappe color amaranto che attraversano le calli con scritte in oro che annunciavano la partita Reyer-Pesaro alla "Misericordia". Noi giocavamo in un capannone, loro in una ex chiesa con gli affreschi di Guercino alle pareti. Ci ritroviamo insieme ancora dopo ottant’anni. Qualcosa vorrà pur dire, òstrega!

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